Non so chiamarti. I titoli mi vengono sempre alla fine delle cose dei processi delle storie che racconto, per immagini o per testo. Che racconto ai bambini durante un processo di educazione e autoeducazione alla bellezza e allo stupore che dura anche un intero anno scolastico. E così non so dare il titolo a questo che oggi, stamane, è solo un bisogno. Rendere pubbliche le mie tracce di questi anni. Il sito che avevo messo su e pubblicato nel 2002, opere di carta, non è mai stato abitato. Non conoscevo il linguaggio che mi consentiva di entrarci quando potevo volevo sapevo, necessitavo. Così quella casa, nata già con le tubature sgocciolanti, ha continuato a perdere acqua senza che io riuscissi a fare nulla per lei. Troppo complicato. E’ rimasta così in tutti questi anni. Una casa con le porte e le finestre aperte ma in realtà disabitata. Me ne rammarico fino a un certo punto. Forse cercavo quello che alla fine solo in questi mesi ho trovato. Uno spazio in cui abitare in questa dimensione immateriale e affascinante del web. Ma anche complicata pericolosa superficiale. Una superficie che porta all’estremo i nostri tic le nostre nevrosi le parti infantili di noi ma anche quelle serie. E’ serio infatti per me adesso il bisogno di condividere il patrimonio di pensieri e di passi compiuti in questi anni, quasi dieci ormai. Mi sembra di abitare in un luogo deserto. Quello che lancio di qua sono aerei di carta. Forse così posso chiamare il mio blog. E disegnare, o provare a farlo, traiettorie in cielo che vanno verso Nord, l’arte. Verso Sud, la scrittura. Verso Est, la famiglia e gli affetti e verso Ovest, i conseguimenti, gli obiettivi, le storie e le scoperte del mio fare e del nostro: perchè sono diversi anni ormai che immagino storie che riguardano e che si fanno, e che realizzo insieme ad altri con cui condivido una passione, due: l’amore per la bellezza la passione per la letteratura.
Al centro di questa rosa dei venti, di questo aeroporto virtuale, ci sono io e questo gesto nudo semplice vitale. Spostare di pochi centimetri e staccare da me separandomene, ciò che mi è accaduto di fare di pensare di vivere.Saranno pure tre centimetri più in là ma la tua mano che raccoglie quell’aereo caduto può decidersi di lanciarlo ancora una volta. Ne perderò allora le tracce fisiche ma non quelle per cui quell’aereo ho deciso di lanciarlo da qui. Per affidargli altri padri madri sorelle amici. Io da sola non posso dare a ciò che faccio la ragione per cui lo faccio. Sospendere incantare sciogliere il tempo e trasferirlo altrove. Su un foglio di carta tenuto forte con le loro mascelle da queste formiche che sono le parole; da questi segni di matita che sono l’eco delle mie scarpe.

sabato 17 ottobre 2015

La Chiesa che Franco è stato

Qualche giorno fa mia sorella cercando nella sua libreria che straripa di libri carte dischi ha trovato un foglio A4. E' la fotocopia di una lettera scritta nell'estate del 2012 da Franco Maiorano. Il nostro amico sacerdote; il mio padre spirituale. Leggendola mi sono accorta che riassume benissimo i contenuti della sua vita. Continuo a credere che ho avuto la fortuna di incontrare la Chiesa come sarà tra cento anni; se essa, e cioè anche noi, saprà e sapremo affrontare i cambiamenti che questo tempo storico ci chiede di agire. 
Se ricordo bene la spedì a Rocca, la rivista che viene pubblicata presso il centro di spiritualità della Cittadella, ad Assisi. Non so però se fu mai pubblicata. Lui per anni ha preso la parola pubblicamente e so che ha scritto almeno a due papi per chiedere di considerare con più coraggio le deformazioni comportamentali e soprattutto teologiche, nella sostanza della fede insomma, prodotte da una forte e burocratizzata gerarchia che Franco identificava con il Potere più che con la Tradizione, perché in fondo stiamo parlando della stessa cosa percorsa battendo due strade differenti -e chissà quante altre strade possiamo usare per percorrere questo territorio di venti secoli di Rivelazione. So, conoscendo Franco e avendolo seguito fino alla fine, che è morto conservando lo stesso spirito che la lettera conserva. Presumo che si era ulteriormente essenzializzato. Fra il primo e il secondo ictus che poi lo ha definitivamente immobilizzato, mi riferisco a un intervallo di dieci giorni, a fine marzo di quest'anno, era andato a Roma, lui un giovanotto di 87 anni con la faccia tumefatta a causa della prima caduta che aveva subito e a cui non aveva voluto dare nessuna importanza, a trovare un suo amico che era diventato amica. Un transessuale insomma. Per lui la coerenza era il valore su cui si misura la persona umana. Essa sta oltre il sesso; sta in quella qualità che appartiene all'anima; all'essenza spirituale. Nella coerenza fra pensieri e azioni. Fra mondo interno e agire esterno. Una coerenza che ha come obiettivo la giustizia. Ovvero il bene. La gratitudine e il rispetto per la vita. La propria prima di ogni altra. Ciao Franco. Ti lascio parlare adesso.

Egr. Direttore,
la prego di collocare in codesta eccellente rivista il presente modesto elaborato.
Grazie e cordiali saluti.

Son prete da più di cinquantanni e piuttosto lucido mentalmente. Non so spiegarmi perché conservo ancora una discreta serenità, continuo a invocare lo Spirito di Dio che mi illumini e l'angelo custode che mi guidi.
La motivazione della premessa e del seguito di questo elaborato: negli anni in cui si celebrò la massima assise cristiana, il Concilio Vaticano II, esultai e cominciai a sperare nella traduzione in pratica delle sagge ed evangeliche proposte scaturite dalla provvidenziale riunione dei legittimi pastori voluti dal Cristo.
Auspicai anche, ed auspico, una conversione del massimo pastore attuale (e per anni autorevole funzionario del dicastero difensore della fede).
Tutto invano.
Pronunciamenti solenni, parole evasive con la presunzione di conservazione e continuità, convegni e sinodi tendenti soltanto ad ammutolire le rivendicazioni di quanti invocano coerenza.
Mi costa molto alimentare la speranza, anche se convivo in ambiente di esemplari testimoni della Parola di Dio, ma in territorio, diocesano e nazionale, con confratelli quasi rassegnati, desiderosi di miglioramenti ma privi di elasticità rinnovativa.
I fedeli, sempre più numerosi, abbandonano la pratica della religione perché non riescono a dare credibilità ai componenti dell'istituzione ecclesiastica, preti e vescovi; e i fedeli più introdotti frequentano aggrappandosi solo al Celebrante eterno che ci ama.
Sento, ormai, il bisogno di "gridare" contro le omissioni.
L'antidoto all'abbandono e all'indifferenza dei credenti è nelle proposte purificatrici dei difetti dell'istituzione e rinnovatrici dei comportamenti secondo "i segni dei tempi".
I preti, ad esempio, debbono risultare liberi di scegliere il celibato (per convinzione e non per obbligo) o il matrimonio (interessante l'invito di San Paolo a Tito e quindi ai vescovi di sposarsi una sola volta e dimostrare di saper gestire la famiglia per risultare credibili nelle esortazioni); gli sposati, probi viri, debbono poter diventare sacerdoti; i risposati debbono poter rientrare a pieno titolo in comunità; le donne debbono esser pari agli uomini anche in simili scelte; i fedeli debbono poter collaborare con maggiore responsabilità; il contatto con le altre chiese cristiane deve diventare fraterno, con le altre religioni deve risultare confronto rispettoso; con i non cristiani, con i non credenti il dialogo deve diventare possibile e necessario.
In sintesi, il Concilio ci porta a renderci autentici seguaci del "sì, sì, no, no" evangelico e smettere di far leva sulla prudenza, sulla diplomazia, sugli atteggiamenti che rischiano di diventare infingardi da parte dei responsabili di livelli altissimi.
Il Cristo che ha dato la vita per liberarci dal male non può tollerare che ci comportiamo da vanificatori di tanto dono e fautori di ritorno nell'abisso della menzogna.
Francesco Maiorano
3392747429- Bari

Franco non risponde più a questo numero. Lo si può incontrare personalmente nel Mondo che Verrà (io lo credo); ha vissuto con grande coerenza e limpidezza, massima frontalità. Non era perfetto e questo gli ha consentito forse quella apertura all'amore per il prossimo che precede le sue coraggiose e sempre pubbliche prese di posizione. Come l'hanno tollerato nella istituzione ecclesiastica io non lo so. Bisognerebbe chiedere al suo vescovo, Mons. Francesco Cacucci. Forse perchè la Chiesa oltre a essere peggio di quanto si rappresenta è, per alcune esperienze e in alcune comunità, anche meglio di quello che crede di essere....Certo ne ha subite di umiliazioni, allontanamenti, ma la sua vita irreprensibile e l'adesione incondizionata alla sua scelta: essere sacerdote, lo hanno protetto. Fino alla fine, che per chi crede: è l'inizio.






martedì 22 settembre 2015

22 agosto, Santa Maddalena

Oggi è il 22 di settembre. Due mesi fa moriva dopo mesi difficili resi pesanti dalla disabilità dalla debolezza dalla enorme pesantezza del corpo anziano e malato, io credo con l'aiuto di Santa Maddalena, Franco Maiorano. E' stato il mio padre spirituale per quasi trent'anni e se sono ancora credente e cattolica a lui lo devo. Mi sono arrivate in forma più o meno estemporanea nelle settimane successive alla sua morte alcune testimonianze;  Rosanna, mia sorella, sperava di coinvolgere tanti e farne un testo. Oggi le raccolgo di seguito qui insieme a quella mia. Per dare a quelle voci, a volti spezzoni di voce, una voliera. Riposa in pace e soprattutto continua da lassù a mandarci qualche "sciagurata/o". Qualche "brutta!". Mi manchi. Ora sei nel mio cielo solo scia. Un lunghissimo segno di matita a tagliare a metà il cielo: da quale parte vado?
Ciao. Teresa

lunedì 17 agosto 2015  
da Angela Gramazio
Cara Teresa,
amica preziosa, emergo dal silenzio in cui mi sono rifugiata dopo la morte di don Franco.
Come probabilmente hai saputo, ero fuori Italia quando è successo e la lontananza ha acuito il mio dolore e il senso di vuoto e di smarrimento.
Ci eravamo salutati il giorno prima della mia partenza, ed era stato un vero saluto: lui ha voluto rimanere da solo con me nella stanza; non ci siamo detti nulla che sembrasse un addio, ma ciò che è mancato alle parole è stato detto dai nostri occhi. Non abbiamo mai avuto bisogno di molte parole, don Franco e io, la nostra intesa è sempre stata molto essenziale ed è stata intima e profonda in quei pochi minuti che sono indelebilmente scolpiti nel mio cuore.
Ci eravamo salutati, eravamo entrambi tacitamente consapevoli che quella era l’ultima volta che ci vedevamo, ma io speravo di poterlo ritrovare al mio ritorno e potergli raccontare del viaggio, come facevo sempre.
E’ stato brutto leggere che non c’era più e che non l’avrei trovato al mio ritorno …
Mi mancano i suoi abbracci ‘stritolanti’, il suo affetto, la sua capacità di capirmi e di leggermi dentro. Come sempre quando viene meno una persona a cui vogliamo bene, mi manca la sua ‘fisicità’, il non poterlo più vedere, sentire.
Manca la fisicità. La sua ‘spiritualità’ è invece più presente che mai: le sue parole risuonano dentro di me, i suoi sorrisi sono davanti ai miei occhi, la sua sofferenza degli ultimi mesi mi stringe ancora il cuore, la sua fede nel ‘buon Dio’ mi dà forza.
Ma la fisicità è altro …
Ti scrivo, perché finalmente, forse, ho cominciato a elaborare la sua assenza. Ieri pomeriggio, dopo pranzo, riposavo e l’ho sognato. Me lo sono ritrovato davanti, sorridente e sornione. Stava benissimo: sbarbato, ben pettinato, giovane, come l’ho visto in una foto che alcuni suoi alunni hanno messo su Whats App. Io gli ho detto: “Don Franco, sei proprio tu?” e lui sorridendo “E chi vuoi che sia!?!”. “Come stai bene”, ho replicato, “proprio bene!”. Lui non ha risposto nulla; ha però annuito, continuando a sorridere. Poi la visione è svanita.
Mi piace pensare che don Franco sia venuto a salutarmi, abbia voluto salutarmi e tranquillizzarmi e … stupirmi, come tanto gli piaceva fare con tutti.
E mi piace condividere questo con te, perché lui ti ha voluto tanto bene e tu tantissimo a lui e io ne voglio a entrambi (e, se vuoi, fa’ leggere questo scritto anche a Rosanna: non ho il suo indirizzo mail).
Inoltre, ti mando una breve riflessione scritta da un mio amico, un ragazzo della parrocchia, il giorno del funerale: forse può essere utile per il libro che stai preparando (Marco, questo il nome del mio amico, sa che l’avrei fatto).
 “Pur non essendo uno dei discepoli di don Franco, perché non concedeva a chiunque la sua amicizia, con la sua scorza dura, a volte respingente, mai ruffiana, ha lasciato in me un segno di grande coerenza.
Non penso ci sia un modello di sacerdote o di cristiano, ma credo che la forza, l’anticonformismo di don Franco siano abbastanza vicini a quelli di Gesù, ad esempio quando ha scacciato i venditori dal tempio.
Ci sia di sostegno e di monito nei nostri momenti di tiepidezza.”
E un’amica, Claudia, ha commentato: “Vero … In questo è stato un modello di libertà e limpidezza.
Abbraccio te e Rosanna con grandissima amicizia e affetto.

P.S. Ci vediamo un pomeriggio o una sera e stiamo un po’ insieme noi tre?


sabato 1 agosto 2015 
da Giuditta Belfiore
Per anni ho partecipato con lui alla messa feriale nella comunità di san Giovanni Battista e lo ricordo così: se si riusciva a superare l'approccio rude col quale iniziava un rapporto..si scopriva un cuore capace di affetto, una mente vivace, uno spiccato senso dell'humour, una sostanziale attenzione alla persona e una coerenza di vita che, sommati , fanno avvertire la sua mancanza...e siccome credo nella comunione dei santi prego per don Franco e mi aspetto che da ..santo...un bel di intercedera' per noi...ciao don Franco

martedì 4 agosto 2015 
da Milena
Un vero esempio di vita.Uomo dai sani principi che nel suo percorso ha segnato un solco incancellabile di onestà, semplicità e umiltà operando nel nome del Signore con grande Amore per la vita. Per me, è stato un grande riferimento conosciuto in tenera età, ha saputo confortarmi e insegnarmi i valori della vita, sostituendo la figura di mio padre per la sua prematura dipartita.
                                                                                     
lunedì 3 agosto 2015 
da Ritangela Sciaraffia
Si. Mi ricordo un sacerdote snello, serio ma gioviale, capelli brizzolati, ricci.
Eravamo un gruppo di giovani promesse universitarie . Irrequieti come i giovani in genere sanno essere. Sarà stato il 1974.
In chiesa ci si andava per ritrovarsi e discutere dei problemi che pensavamo di capire, ma che oggi posso dire, capivamo poco, perché la vera scuola la fa la vita.
Certo eravamo tutti un po' ribelli e in contrasto con i troppi schemi che il nostro parroco ci imponeva.
Tante domande nella testa ... e più non avevano risposte e più cercavamo di esigere una risposta. Finché un giorno questo strano prete arriva ad accoglierci.
Parola giusta.
Ci spiazzò, perché più noi lo aggredivamo, più lui sornione, rispondeva a tutto...a tutto.
Domande imbarazzanti, domante inopportune...tutto.
Ci arrendemmo.
Chi era costui che osava mettersi alla nostra mercé senza scomporsi?  Veniva a turbare la certezza dei nostri dubbi. I dubbi e la consapevolezza di averne erano allora le uniche certezze che ritenevamo di avere.
Da quel giorno l'incontro con questo sacerdote salesiano di nome Franco - che pretendeva gli dessimo del tu- diventò un'attesa sempre più consapevole.
Lui era dei nostri, ma non perdeva né concedeva terreno. Era dalla nostra parte senza dimenticarsi quale fosse la sua parte, ma lasciando spazio ad ognuno di noi.
Purtroppo bene non so, ma so che da un giorno all'altro non tornò. Fu una delusione. Grande. Ci confermò che non sbagliavamo. Le regole erano state imposte. Il nostro legame era ritenuto eccessivo.
Passarono una diecina di anni, mai più rivisto il don. Da amici comuni seppi che aveva subito un grave incidente, ma nulla di più...
Mi ero sposata . Avevo due bambini. Mio marito si ammalò. Cancro. Ero giovane. ero terrorizzata  e pensavo debole e incapace.
Una mattina come al solito, uscii per andare a fare la spesa...con la testa  nei miei pensieri. Cattivi pensieri. Oserei dire con pensieri disperati.
Da lontano vidi una sagoma familiare ed un passo leggermente claudicante ma inconfondibile.
Non potevo crederci: il Don ? Che ci faceva li? E poi perché proprio in quel momento ? e poi perché sotto casa mia…?
Lui non mi riconobbe : dieci anni e i troppi pensieri avevano fatto di una ragazza un po’ immatura, una donna , una madre pensierosa…
Io lo chiamai: Don Franco…!!!
Si girò e mi chiese scrutandomi con occhi indagatori, come può immaginare chi lo ha conosciuto: chi sei? E io: Rita. Non ti ricordi? Non si ricordava…
Poi gli parlai di uno dei più arrabbiati e ricordò…
Gli chiesi: che ci fai qui? E lui di rimando, con fare ironico al suo solito: sciagurata, tu che ci fai qui?
-Io ci abito.
- Io pure – risposi- da più di dieci anni.
E lui- io da prima…..
Shock totale…come da prima? …
-sei sempre stato qui? -
E lui: -i miei si…io quando vengo a casa …si.-
Mi guardò e mi chiese:
- che succede?  -
Gli raccontai di mio marito…di mio figlio appena operato, e di quanto mi sentissi disperata ed inadeguata.
 Sorrise come sapeva fare lui:
-no. Non puoi essere inadeguata. Se hai meritato queste prove devi avere in te delle qualità che ti mettono in condizione di fronteggiarne il peso.-
Con le lacrime agli occhi gli chiesi di cosa stesse parlando e lui mi ordinò quasi (ricordate la sua autorevolezza?) di affidarmi al signore. Lui sapeva cosa fosse meglio per me.
Meglio per me. Questa frase negli anni, ad ogni prova dura e all’apparenza insormontabile, me l’ha ripetuta. E non mancava mai di lodarmi, quando poteva, con chiunque.
A volte mi imbarazzava.
Io gli dicevo che il suo affetto per me lo portava a sopravvalutarmi, ma lui sapeva che l’unico modo per combattere la resa è la capacità di trovare in sé le forze. E lui mi forniva un po’ di benzina d’emergenza per un percorso che dovevo fare da sola.
Ora sono più sola, come accade a chi perde un compagno di strada. E io mi sforzo di pensare che è sempre vicino a me. Ma siamo umani e abbiamo bisogno di riscontri.
Le mie prove non sono finite e lui sapeva bene che avrei avuto bisogno di carburante extra. Fino all’ultimo mi ha fatta sentire preziosa come un padre può fare con un figlio.
Ha cercato di fornirmi un pieno extra che potesse accompagnarmi per un po’.
Mi ha fatto conoscere i suoi amici, la sua famiglia. Gli sono grata. Mi auguro che la mia sensibilità si affini ed io riesca a sentirlo ancora vicino.
Di suo ho dei ricordi materiali come la sua borsa da rasoio che è diventata la mia borsa per il trucco. Ogni giorno mi accompagna.  E Maddalena, che come diceva lui …”E’ un capolavoro…” perché la vita le ha tolto parte della memoria, ma le ha regalato la presenza del fratello amato per sempre.
Franco è con lei, vivo ogni giorno.
Anche la sua malattia e il suo congedo hanno portato frutti. Spero lui abbia avuto consapevolezza di aver portato a termine il suo compito e di aver lasciato qui da noi una pianta capace di vita propria anche staccata da lui.  E non è questo un premio di per sé?
Ovunque sia, spero stia sorridendo con il suo sorriso sornione e ironico e spero stia raccontando a qualcuno di noi. So che mi mancherà sempre di più. Spero di mancare un po’ anche io a lui.


mercoledì 5 agosto 2015 20.28
da Teresa Montaruli

Franco ha segnato tutti i passi importanti della mia vita e di quella della mia famiglia, dal matrimonio, al battesimo dei miei piccoli, ai 50 anni di matrimonio dei miei.
Molteplici degli eventi che mi riguardano sono stati segnati da tristi fallimenti, ma lui non ha smesso di credere in me e me lo diceva. Le ultime sue parole mentre se ne andava per me
sono state ‘Stai calma’ in un momento in cui il mondo mi sembrava crollare addosso.
Franco é stato sempre il mio unico legame con la chiesa e mi ha sempre invitata alla mensa del signore anche quando io ero riluttante per via delle false regole della chiesa.
Ha battezzato i miei piccoli e so che questo segnerà per sempre il loro legame col Signore.
Ha rispettato le mie idee e si é offerto come amico e sostegno sempre. Franco era un vero sacerdote, offerto al prossimo e capace di offrire una guida per tutti nei casi più' disparati.
La sua divertente ironia e i suoi termini scrollavano gli animi anche dal suo letto di morte quando ormai aveva deciso di raggiungere la pace.
Da li’ su, continuerà a ricordarsi di noi e noi di lui soprattutto, perché possa essere sempre luce in un mondo spesso offuscato dalle tenebre dell'ipocrisia.


Da Donato Belviso,
lunedì 27 luglio 2015 
Anedoto  su Don franco. essendo ex sacrista  di san Giovanni battista  don franco cadde sugli scalini del presbiterio dovette operarsi per una protesi alla anca  venimmo a conoscenza che aveva bisogno di sangue mi recai subito e donai. quando torno in parrocchia come  al solito  iniziò a chiamarmi mascalzone in piu volavano calci e pugni (lo faceva solo a chi voleva bene) un giorno dopo l'ennesimo pugno gli dissi che dentro di lui scorreva il mio sangue  la risposta non si fece attendere  Ecco allora chi mi ha contaminato. ciao franco proteggi la mia famiglia.


Da Mario Brandi
Venerdì 24 luglio.
Cara Teresa,
mi chiedi di scrivere qualcosa.
Si lo farò per lui. Devo a lui molto e scriverò il libro che voleva
scrivere con me.
Ma oggi devo segnalarti una cosa che sono sicuro non è un caso.
Stavo rivolgendomi al lui con preghiera sincera e chiedevo al lui un
segno se avesse conosciuto quel Signore che, come diceva lui: "nessuno
ha mai visto".
Bene, Raffaele aveva appena terminato di leggere i saluti, il commiato,
"il testamento",  il ringraziamento di Don Franco a tutti noi, ed io do'
l'avvio agli applausi.
L'Arcivescovo con un gesto delle mani dice di fermarsi e inizia a parlare.
Il microfono che aveva sempre funzionato all'improvviso non funziona
più. L'Arcivescovo è costretto a parlare senza l'ausilio del microfono.
Per me questo è un segno di Don Franco che da oggi è un Angelo di Dio.
Saluti a tutti.
Un bacio forte.
A presto e scusatemi se non sono stato molto presente. Ho avuto dei
problemi che solo Don Franco sapeva, e lui mi comprende, mi ha compreso
e mi aiuterà.
Ancora un bacio a tutti.
Mario.

PS Dimenticavo la cosa più importante. Mi manca già tantissimo. Mi
sembra impossibile che non ci sia più. Era unico. Era il solo che sapeva
dare la giusta "ricarica" al momento giusto anche se talvolta era un
invidiabile testardo. Il testardo più invidiabile che abbia conosciuto.


sabato 25 luglio 2015 
da Nicola Giglietto
Cara Teresa,
mi ha fatto piacere incontrarti e davvero eri mia compagna alle elementari: ho ritrovato una foto del ’71 in cui siamo con tutta la classe penso di 5^.
Non mi meraviglia che don franco ci ha fatto incontrare anche dopo che ci ha lasciati, lui ne combinava di tutte!
Io l’ho conosciuto come professore al fermi, ha insegnato italiano nella mia classe sezione F, tra il 78 e il 79.
Ci diceva sempre che eravamo delinquenti ma ci volevamo bene. Dopo ci siamo persi di vista quando ero all’università.
Molti anni dopo l’ho incontrato alla parrocchia di  S.Giovanni e ci siamo ritrovati molte volte, di solito la domenica mattina, gli ho fatto conoscere mia moglie e una volta anche mia suocera; è a questo punto che con nostra grandissima sorpresa abbiamo trovato un altro collegamento con don Franco: aveva dato la
prima comunione a mio cognato ma a Taranto quando io ero a Bari e non avrei mai pensato da ragazzo, di aver niente in comune con Taranto!
Quanto poteva essere probabile una tale coincidenza? Non lo so, direi nulla, ma don Franco aveva questo dono di facilitare i collegamenti tra i suoi amici e in qualche modo esserne anche lui un motore anche involontario.
Ci mancherà, soprattutto il suo modo di scuoterci ma sono sicuro che continuerà nella sua opera.
Fammi sapere al trigesimo o anche dopo se ci sarà qualche cosa in sua memoria e cercheremo di esserci.
Un saluto carissimo da me e da mia moglie,
Nico e Grabiella Giglietto



da me; 21 agosto 2015:
L’ indimenticabile storia che finisce a mazzate
Se sono ancora cattolica lo devo alla mediazione di Franco. Ha mediato fra me e le incredibili quantità di contraddizioni che vedevo dentro la Chiesa e in me stessa. Non aveva, rispetto alla Chiesa, la sua Chiesa, un atteggiamento di incondizionata accettazione; per me sì, invece. Se sbagliavo lo facevo perché ero una perfetta fessa come mi ha detto tante volte ghignando. La Chiesa invece è un’istituzione di potere; gli uomini di potere possono sbagliare. I cattolici forse più degli altri cristiani perché il senso di colpa in cui veniamo al mondo col battesimo, perché quel sacramento è l’inizio di una storia tutta imperniata sul peccato e non invece sull’amore umilissimo di Dio per noi che quel peccato ci toglie da sotto i piedi, ci crea imbarazzi e doppiezze là dove ci sarebbero solo scelte da fare, posizioni da prendere. Franco ha scritto ripetutamente sia al papa che al suo vescovo ma anche ai giornali quando, agganciandosi a qualche episodio di cronaca constatava apertamente e senza falsi pudori, le tante incoerenze dentro la Chiesa. Il formalismo è il danno peggiore per l’umanità, ha appuntato una volta su un foglio di carta che ancora conservo. E la Chiesa in quanto a formalismo, ad apparenze, non è seconda a nessuno. Ha sposato apertamente l’apertura della Chiesa ai separati e ai divorziati, ai gay e alle lesbiche: ciò che conta è la coerenza diceva. Chiunque è coerente esercita giustizia; nella sua vita e nella vita di chi gli è intorno. E la giustizia per Franco era il valore massimo. Si conquista la coerenza; si arriva ad essa, è una pratica quotidiana, una palestra relazionale che nasce dalla capacità di leggerci dentro e di scrivere la nostra storia nel Libro della Vita. Ha esercitato la sua parola pubblica più volte, ha preso posizione in tante occasioni per sollecitare la Chiesa ad accettare il matrimonio dei sacerdoti. Per lui dovevano essere lasciati liberi di scegliere se formarsi una famiglia propria oppure no. Riteneva che questa sessuofobia alimentasse soltanto gli infamanti comportamenti morali di alcuni, ma sempre troppi sacerdoti. Mi riferisco a quelli legati alla pedofilia in prima e assoluta istanza. Troppi. E’ l’esempio la verità del messaggio che si testimonia. Un messaggio d’amore significa rispetto al grado zero. Il rispetto, l’altra grande categoria a cui voleva che io guardassi, meglio: orientassi il mio vivere. Stamattina ho ricordato con un’amica di Franco quanto spesso ci ha invitato a pregare “per la conversione dei preti”. A questo pontificato, quello di Francesco ha dato tutta la sua fiducia. E come dice oggi don Felice, monaco all’abbazia della Scala , se non riesce a questo papa di cambiare la Chiesa, non cambia più. Non ce la farà più. Lo penserebbe anche Franco. Mi manca. Tuttavia andandosene non si è portato via l’amore che aveva per me. Un amore che ho diviso insieme a tantissimi altri conosciuti soprattutto durante la sua malattia e la tribolata, dolorosa, fatale convalescenza. Questo non ha tolto nulla all’amore che ha portato nella mia vita e per la mia vita. Quello è un dono che nessuno potrà sottrarmi se io sarò capace di alimentarlo in me. In quel dono c’è la forza di credere alle mie intuizioni e al mio sentire, di non farmi sottomettere dal senso di inadeguatezza o peggio, dal potere, qualunque potere, anche quello spirituale. Franco davvero mi ha amato perché mi ha sollecitato a essere libera. L’ultimo periodo prima del suo ictus è stato assai complicato, lui sosteneva che io dovessi prendere una posizione più estremista e più rigida nelle relazioni assai complicate con i miei due figli  adottivi. Sono separata da oltre tre anni e Franco mi è stato vicino come un padre. Non ho voluto conformarmi alla sua prospettiva, seguire i suoi consigli. L’ho contestato. Franco con fatica ha rispettato il mio turbamento, la mia confusione, si è fatto indietro. Non ha mai voluto accettare la mia posizione ma so nel mio cuore che ha cercato di capire; so che non c’è riuscito. Il mio bene per lui si è compiuto in quel momento. In quel distacco fisiologico da chi alla fine è riuscito a trasmetterti fiducia. Ho conosciuto anche nei mesi di malattia i suoi limiti le sue rigidità, i suoi timori. Mi chiedeva di essere coerente nella vita di essere giusta perché quella è la via, quella la verità, la vita, e su quella strada con le nostre incoerenze ingiustizie, andiamo avanti. Nel cammino cerchiamo di alleggerirci di tutto quello che non ci serve più per essere felici, qui; sulla Terra. Se un giorno ti diranno che sono morto sappi che è stato contro la mia volontà. Si sbagliava. Franco ha scelto di andarsene. Io credo che non abbia retto quel centro di reclusione razzista che è una casa di riposo. Un vero luogo di deportazione dove si eliminano i vecchi, quelli che non servono più, combinandoli tutti insieme in un catalogo da incubo: un assortimento  di dolori e di deformità. Un catalogo di solitudini. Anche il più bello, come forse quello dove i suoi parenti insieme ai confratelli si sono visti costretti a ricoverarlo, e dove lui stesso aveva scelto di sistemare tre anni fa sua sorella Maddalena, è un luogo tristissimo. Un parcheggio di carrozzelle. Franco era troppo lucido e troppo amante del fare dell’azione che ogni giorno rigenera la nostra vita per starsene così; alla mercè di tutto e di nessuno in fondo. Dio lo ascoltava. Lo ha ascoltato anche questa volta e ha trovato un passaggio, un varco come diceva lui non troppo stretto, nel muro del Don Guanella. Ha lasciato la Terra chissà dove sta adesso. Mi manca il suo corpo fisico e la sua mente brillante e libera. Giocosa, sprezzante. La sua pazzesca frontalità che in realtà aveva alcune zone d’ombra. Era un uomo. Prima un uomo e poi un prete. Per questo era così capace di spiritualità. Uno prima è laico e poi è religioso diceva. Fosse stato il contrario io non sarei da molti anni più credente. Credo perché Franco mi ha insegnato, con i suoi abbracci stritolanti come dice Angela, che il corpo è proprio una bella cosa ed è la più grande risorsa a nostra disposizione per vivere. Vivere bene pienamente coraggiosamente; affettuosamente. Grazie di averlo usato per esprimere tutto il tuo affetto. Grazie di averlo usato per renderti prossimo. Prossimo a chi se ne sta ultimo, nella fila di dietro, in piedi, perché si pensa indegno del dono dell’amore di Dio per la sua vita sconclusa. Fino a quando non viene uno che ti “tira le orecchie”, che ti “da uno schiaffo e giacchè, perché no, un bel pugno”. Povero Dio, come lo stai malmenando.



da Valeria Montaruli, 18 agosto
In memoria di Franco Maiorano

Quando ho ricevuto la notizia della scomparsa di Franco, ho provato un profondo senso di vuoto, perché se n’è andato un grande amico, e un forte riferimento spirituale, che guardava con benevolenza e senza giudizio ai miei dubbi e ha saputo sempre trovare le risposte giuste.

Franco ha saputo dare a piene mani a tanti amici e confidenti, che l’hanno circondato sino alla fine, ricambiando l’amore e la dedizione che lui ha sempre dato, senza risparmiarsi. Lui valorizzava l’essenza del vivere religioso, che identificava nell’amore per il prossimo. Non si stancava mai di ripetere  che va di pari passo  con l’amore per Dio. “Il resto sono cretinate” commentava con il suo linguaggio colorito, che lo contraddistingueva e che non si può dimenticare. “Pregate per la conversione dei preti!” ripeteva spesso. Ricordo una volta, quando facevo il giudice minorile, che lo invitai a una manifestazione al Tribunale per i minorenni. Lui ascoltò in silenzio tutti gli interventi e solo alla fine prese la parola, con una forza e un’incisività che colpì tutti i presenti, laddove diceva che, al di là di tutte le belle parole, i ragazzi hanno bisogno dell’esempio e della coerenza dei comportamenti.

Tutti i grandi mistici hanno insegnato che il sentire religioso si accompagna alla semplicità, cioè all’essenzialità. Lui incarnava  in pieno questo valore, pur avendo una straordinaria preparazione teologica. Ricorderò sempre le lunghe chiacchierate con lui, la domenica mattina in parrocchia o quando veniva a  trovarmi per un caffè. Mi mancheranno molto. Mi ha fatto conoscere pensatori di prim’ordine, come Vito Mancuso, il cardinale Martini, Kung e l’indiano Pannikar, sacerdote cattolico e grande conoscitore dei Veda.  Franco credeva nel dialogo tra le religioni e si rammaricava del fatto che sia stato messo da parte lo spirito riformatore del Concilio Vaticano II. Mi fece anche l’onore di invitarmi a presentare il suo libro sul tema,  che mi ha offerto una prospettiva nuova sul cattolicesimo.  

Il ricordo di Franco è poi legato alla sua vicinanza alla mia famiglia, come amico e come confidente, che sapeva anche dare saggi consigli, senza giudizio, su ogni questione. E’ stato sempre presente, sia come sacerdote che come amico, in tutte le ricorrenze, l’ultima delle quali, appena qualche mese fa, è stata la celebrazione della messa in forma  privata per i 50 anni di matrimonio dei miei genitori e, prima ancora, del Battesimo dei miei nipoti.

Non si può poi dimenticare la sua vocazione filantropica. Lo ricordo, quand’ero ragazza, all’Apri, dove ha aiutato tanti ragazzi a uscire dal  tunnel della droga. Ricordo la sua dedizione per i bambini bisognosi. Franco ha destinato tutte le sue risorse all’aiuto dei più deboli.

Io credo che Franco continui a vivere, non solo nell’Aldilà, ma anche, in senso foscoliano, nel ricordo e nell’affetto di tante persone, che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo.

Grazie Franco, per quello che mi hai dato, con semplicità, amicizia e gratuità. Riposa in pace, tra i giusti.







da Valeria Pellegrini: 22 settembre 
A Francesco Maiorano, prete di Bari[1]

“Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha nell’urna”, con questa citazione dei Sepolcri di Foscolo Franco aprì la bellissima omelia che pronunciò in occasione del funerale di mio padre. Questa frase, che lui stesso scelse, si adatta anche a questa circostanza, perché Franco gioirebbe nel sapere che i suoi amici più cari si uniscono nel ricordarlo a prova della immensa eredità di affetti che lascia.
Franco per essermi vicino in quel momento drammatico del saluto a mio padre, uscì temporaneamente dall’ospedale in cui era ricoverato in seguito ad un intervento a cui si era sottoposto; volle concelebrare quella messa ancora convalescente tenendosi in piedi con le stampelle. E’ solo uno dei tanti episodi su Franco che potrei ricordare perché da quando lo ho conosciuto è stato vicino a me alla mia famiglia in tutti i momenti più tristi e più felici e continuerà ad esserlo sempre.
Abbiamo tutti amato in lui lo slancio e la generosità con cui sapeva essere vicino alle persone nelle difficoltà, in questo riusciva sempre a meravigliare e a superare le attese di ognuno di noi. Abbiamo amato le sue risposte brevi e illuminanti alle nostre domande, perché sono risposte valide per tutte le domande fondamentali, anche per quelle che ancora non ci siamo posti; erano parole che inducevano sempre a guardare in alto e a guardare oltre il presente. Sapeva infondere nelle persone speranza e fiducia in sé stesse e negli altri spingendole ad essere migliori. Con il suo modo di parlare scherzoso e diretto arrivava immediatamente al cuore degli interlocutori, anche di quelli appena conosciuti, e la conversazione volava in modo naturale verso temi divini ed eterni. I due comandamenti più grandi, quelli dell’amore, erano la sua guida e la fonte della sua luminosa forza. Seguendoli non aveva mai paura di seguire la strada più difficile e di battersi per quello che riteneva giusto, anche andando controcorrente. Nell’affrontare i dilemmi etici anteponeva sempre il rispetto dei comandamenti dell’amore alle regole formali e alle consuetudini umane che troppo spesso si riducono all’immagine rigida e distorta dei principi che le hanno ispirate. In sintesi Franco era rivoluzionario per essere assolutamente fedele alla parola del Vangelo. 
Le sue eccezionali doti intellettuali erano rese ancora più amabili dai tratti caratteriali: l’allegria, l’ironia e la cordialità, ma anche la simpatica immodestia, i modi impazienti, autoritari e poco convenzionali e la sua mancanza di diplomazia, a questo proposito lui spesso citava il Vangelo di Matteo “Sia invece il vostro parlare , ; no, no; il di più viene dal maligno.   
Ho cercato di ricordare e scrivere alcune delle sue frasi e citazioni ricorrenti anche se imprigionate nei fogli perdono molta di quella speciale lucentezza che Franco sapeva donargli pronunciandole. Il suo sguardo  azzurro e sempre giovane, la voce profonda, i gesti verticali e soprattutto l’espressione entusiasta a conclusione della frase davano vita ai contenuti.  Scelgo una frase di San Giovanni Bosco che lui ripeteva spesso con fare scherzoso “Leatare et benefacere e lasciare cantare le passere”. Ovvero donarsi e fare del bene con gioia, andando dritti per la propria strada. A me questa sembra l’essenza di Franco, ciò che lo rendeva “il capolavoro” (per usare sue parole) che abbiamo avuto la grande fortuna di incontrare.        

Ecco alcune delle sue citazioni preferite durante il tempo trascorso insieme:
·        Mi accerto di avere ragione e poi tiro dritto pe la mia strada (citazione da un film western non meglio identificato)
·         Non ci può essere pace senza giustizia
·         Omnia probate quod bonum tenete   (San Paolo)
·         I figli vi insegneranno a vivere!
·         Quod natura non dat, Salamanca non prestat.
·     Socrate ha detto conosci te stesso, gli stoici hanno detto domina te stesso, Gesù ha detto dona te stesso.
·         Pregate per la conversione dei preti!        




[1] Così si presentava spesso intervenendo ai convegni a cui partecipava.



da Mario Di Biase: 1 ottobre
ABBIAMO NOSTALGIA !

 Caro Don Franco  è  trascorso solo qualche  mese dalla tua morte e il vuoto della tua mancanza è diventato un abisso: ci manchi tanto!

Abbiamo nostalgia di te,  della tua burbera ma dolcissima  accoglienza, dei tuoi consigli spirituali,  della tua guida. Sei stato  sacerdote per eccellenza, il padre misericordioso  che ogni sera attendeva il ritorno del  figliol  prodigo. 

 “Stola e grembiule” -per evocare un’immagine cara a  don Tonino-  con la stola hai servito il Signore, con il grembiule le tue comunità per lunghi  e fecondi  anni, senza stancarti mai.

Dono prezioso che il Signore ha voluto elargire a tutti coloro che ti hanno conosciuto, esempio di rettitudine morale e di fede cristallina: per questo non ti dimenticheremo mai - soprattutto - ora che il vento della crisi soffia su  intere generazioni di padri e di figli, ora che i  poveri sono ancora più poveri, ora che abbiamo  smarrito persino il senso del peccato!

Ci manca la sentinella del mattino a cui chiedere quanto  resta della notte e per questo oltre ad avere nostalgia, abbiamo ancora bisogno di te, delle tue preghiere, della tua intercessione presso il Signore,  affinché ci doni  il gusto dell’impegno, l’amore per i poveri,  la speranza in un mondo migliore.

Dall’alto dei cieli, continua a volerci bene e a rimanere sempre accanto a noi.

Un caro saluto!





da Rita Ciaccia: 25 ottobre 

Tra pochi giorni sarà il nostro anniversario di matrimonio e non posso non pensare a don Maiorano e sentire forte la sua mancanza perché lui è sempre stato un pilastro della nostra famiglia!
Il rapporto con lui inizia nei primi anni ’60, dall'amicizia con mio padre (tanto profonda da diventare fratellanza!) quando era parroco nella chiesa di San Giovanni Bosco a Taranto e io bimbetta trascorrevo i miei pomeriggi in chiesa con lui.
Le sue parole di allora e tutte le altre che mi ha detto negli anni, mi hanno formato e fatto diventare la donna che sono; il suo essermi vicino in ogni momento forte della mia vita ha significato innanzitutto certezza di affetto ma soprattutto sostegno, condivisione e comprensione.
Lui c’era sempre per me, per noi!
Con quel suo modo timido e brusco di dimostrarci quanto ci voleva bene
Con il suo modo speciale di dare consigli: “Fai ciò che è giusto!”
Con quella smorfia del suo volto che accompagnava la parola “Fesserie!” ogni volta che si rendeva problema ciò che non lo era
Con quella coerenza di pensiero  (che ci sollecitava sempre ad usare) unico strumento per cogliere la Verità
Con la sua essenzialità di vita che era esempio
Ma lui era, ma quindi è ancora, sempre presente in me, in noi perché ci ha insegnato a camminare da soli in Sincerità avendo sempre chiaro un solo esempio, GESU’.
Ci troveremo a pensare “Cosa mi direbbe ora don Maiorano?”    Ma, se lo abbiamo ascoltato, lo sappiamo già.
E il suo frequente richiamo a Gesù non aveva niente di ipocrita anzi, era assolutamente calato nella realtà laica della quotidianità. Per questo ha creato scandalo o almeno stupore (è capitato di vedere lo sguardo titubante di chi non conosceva la sua autenticità e quindi non comprendeva….) Ma grazie a questo è stato capace di essere vicino a tanti.
Diverse volte, è stato di aiuto a nostri amici lontani dalla chiesa o dalla pratica religiosa; questi incontri, a volte anche solo occasionali, sono risultati importantissimi, se non spesso risolutivi.          
Di tanto bene non c’è quasi traccia perché era anche, assolutamente, discreto.
Quando nel ’83 gli dicemmo che volevamo sposarci ad ottobre, decise lui la data (29 ottobre) perché allora insegnava ancora e c’era già la comunità da seguire…e comunque quel giorno il nostro matrimonio iniziò con un'ora di ritardo: mancava il sacerdote! Poi però fu una celebrazione speciale e, come spesso succedeva con lui, fuori dagli schemi convenzionali ma assolutamente centrata sul significato profondo di ciò che era.

Fu puntualissimo invece quando è venuto a conoscere e poi battezzare le nostre figlie per le quali ha trovato un posto nel suo grandissimo cuore e che ha seguito con sincero affetto come tutti quelli a cui teneva. Ora mi spiace solo che non potrà esserci nelle prossime tappe della loro vita…. ma sicuramente gioirà insieme ai miei genitori!

(Rita grazie! perdona solo il grande ritardo che ho portato nel pubblicarlo. Ciao sorellina...)


                                                                                                         

lunedì 21 settembre 2015

L'Alchimista

Non essere cattivo è un film. L'ho visto con mia sorella a Bari al cinema Splendor qualche giorno fa. Il cinema fa parte di quella catena di circuiti d'autore che a livello nazionale sostengono le storie di qualità: quelle che fai più fatica a vedere perchè il loro linguaggio richiede maggiore attenzione da parte tua. E anche una partecipazione con maggiore senso di responsabilità. Non sei cioè solo occhio ma anche orecchio. E dunque lingua: parola.
Il film è intensissimo. Ti fa stare male per tutto il tempo perchè non riesci a starne fuori da quelle vite che sono tutt'altro che la tua; eppure sono la tua. Sono le vite in cui sei immerso tutto il giorno e tutti i giorni. E se non soffoco è solo perchè ho imparato a non pensarci. Non pensarci mai. Un crimine se ci penso! Perchè questa vita e questo mondo è (anche) mio. Oltre che il tuo e il suo. Il disagio la pena stanno pure in un'altra ineludibile constatazione. Che violenza e tenerezza sono tutt'uno. Che cosa? sì; tutt'uno. Che non puoi limitarti alla tenerezza perchè quella senza la violenza non esisterebbe. A meno; a meno di non educarla. E cioè che ti metti e insegni alla violenza le buone maniere. Questo insegnamento non si fa dall'esterno ma dall'interno. Dentro una relazione d'amore. Questa trasmutazione del metallo in oro avviene solo in alcune condizioni. Che ci sia una forte motivazione al cambiamento (l'immensa paura di perdere la propria vita) e al contempo -contemporaneamente- a quella determinazione un eguale e profondo cambiamento nelle proprie condizioni di vita: un lavoro o un amore o tutte e due le cose. Qualcosa o/e qualcuno che spazza via la forma precedente: a cui gli dai il permesso di spazzare via.
Gli attori di questo film, i due protagonisti maschili, sono bravissimi; in particolare quello che interpreta il cattivissimo/tenerissimo; Cesare nel film (credo). Una bestia feroce di attore. Ti fa avvicinare a sè tantissimo. Tanto che poi hai la sensazione di conoscerlo da tempo e ti manca non incontrarlo più. Tuttavia basta uscire di casa. Basta prestare attenzione e Cesare ce l'hai di nuovo davanti a te. Io cosa posso fare per te? Oltre che scrivere alle mie amiche di andare a vedere il film, ma non ti cambia la vita, cosa posso fare? Raccontare che il mondo non è come sembra e siamo educati a vedere; il male da una parte e il bene dall'altra. Ma essi abitano tutti e due allo stesso indirizzo e per conoscerli devi solo avere il coraggio di guardarti allo specchio la mattina.

mercoledì 10 giugno 2015

Il furto della vita

Era strana quella gazza. Con quella coda spezzata. Cercava di liberarsi di quel peso che certo la ingombrava, provando a volare. Ma volando si rendeva solo conto di non farcela; non riusciva ad alzarsi più di mezzo metro da terra. Fra gli ulivi stamattina. Ho saputo subito guardandola da lontano, ero protetta dalla disperazione di quel vivente dall'abitacolo della macchina, che sarebbe morta. Ho fatto diagnosi subito. Uccisa dai gatti o dalle altre gazze. O dalla volpe. O dalla sete. Così violata la sua vita da chissà quale incidente, non può farcela. E ho subito pensato a quando la vita spezza la nostra. Una malattia un trauma fisico un danno irreparabile causato da tragici legami famigliari. Quando ti arriva un danno a spezzarti il volo. L'abilità, l'unica, il prerequisito alla vita stessa: alla sua leale battaglia quotidiana. A quel punto non hai scampo, a meno che non hai la fortuna di qualcuno che ti raccolga per strada. E ti curi. E ti aiuti a guarire almeno un pò; almeno quel tanto che ti consenta di recuperare alcune abilità. Ma sono situazioni rarissime. Soprattutto quando chi ti cura lo fa per avere qualcosa in cambio. Per costruire legami fondati sul debito e sulla dipendenza; per asservirti in una forma di schiavitù psicologica; per fortificare i suoi muscoli; quelli  di chi è capace di aiutare ma indebolendo ulteriormente i tuoi. Perchè anche dall'aiuto bisogna guardarsi le spalle. Anzi, guardare davanti; guardare bene dritto negli occhi di chi te lo sta offrendo. Aiutare è un gesto d'amore. L'amore ha a cuore la libertà e la dignità dell'altro. Aiutare è dei coraggiosi. Ecco perchè è così sacro aiutare. Così divino. Altrimenti meglio le fauci del gatto. Cara gazza so che da qualche parte stai agonizzando. So che stai male. Io sto male con te. A che serve? A essere consapevoli del dolore in cui siamo immersi fino al collo e fino alla coda. Avevo ventotto anni quando la vita ha spezzato la coda anche a me. Anche meno, molto meno; avevo un giorno quando sono nata in una storia famigliare piena di solitudini; piena di rabbia; piena di incompiutezza. E non per cattiveria no; solo per ignoranza. Conosco i gatti i topi la sete l'opportunismo delle altre gazze e tuttavia sono qui a scriverne. Forse sono già morta anch'io e non me ne sono accorta o forse se non muori hai comunque una speranza. Una sola. Attraverso questo deserto te la consegno. Hai scritto con me queste parole per qualcuno che ha la coda spezzata e cerca di liberarsene volando. Accumula solo angoscia. Stai ferma e prega. Io prego con te.

sabato 23 maggio 2015

Autoguarigioni

Sono giovani. E già questo mette i brividi. Una dozzina ieri sera. Un solo giovanotto fra loro. Divertito; sereno, come loro. Tutti diversi i volti le figure; i corpi. Le voci. Eppure qualcosa li univa rendendoli uno. L'esperienza di essere coro. Sono gli Juvenes Cantores. Per puro caso ieri sera li ho ascoltati durante un concerto organizzato dalla Camerata. Un'ora e mezza divisa in due. La prima, Bellezza; la seconda, Felicità. Un lombrico che canta con la testa un pò lontano, ma poco,dal corpo. E' il maestro Luigi. Li segue da quando sono piccoli. E saranno passati almeno dieci anni abbondanti. Da allora crescono insieme uniti dalla passione per i Brividi. Quelli che suscitano a iosa i canti quando sono cantati insieme e insieme in modo prodigioso. Cercando di erigere muri e muri, palazzi spazi chiese piazze, una città intera con una materia così a portata di mano così raggiungibile così intima e così vicina e così generosa, come solo la nostra voce sa essere, anzi, è. Luigi Leo il loro maestro è certo un tipo in gamba se ha messo a disposizioni i suoi talenti i suoi saperi la sua passione per farne materia di contagio tanti anni fa. E' stato felice, illuminato, nel decidere di spendere i suoi talenti piantandoli nella vita di bambine e bambini. Oggi sono giovani adulti. E si vede che in questi anni sono cresciuti insieme. Tutti. Anche il maestro e forse soprattutto lui, insieme con loro. Il loro repertorio ieri sera era diviso in due. La prima parte, antica. Tutto latino. Tutto sacro. Secoli di storia azzerati in un battibaleno. Magie del teatro, anche se ieri li ho ascoltati in una sala di albergo. Dettagli. La seconda parte invece, il mondo e la canzone contemporanea. Wow: che meraviglia! Hanno cantato in inglese spagnolo e anche balbettando; eh sì, hanno cantato una splendida Pink Panter, la pantera rosa: dadandadandadandadandadan. Brividi su brividi. I loro di sicuro, perchè il loro piacere arrivava prima della loro voce, e il mio pure che sennò non starei qui a scrivere stamattina: NON PERDETELI! Stasera so che sono a Melissano, ospiti di non so che associazione musicale e se per caso un giorno dovessero capitare nella vostra città, ANDATECI; fatevi contagiare! Sono malattie omeopatiche; malattie che guariscono da una terribile infermità. L'atrofia dell'anima. Anzi, il suo mutismo.Conseguenza solo secondaria di un danno più lontano nel tempo: la sua sordità. Una offesa solo subita.
Baci sonori.
Teresa

giovedì 17 maggio 2012

Certe notti sembra un tetto

domani al Castello di Copertino, in provincia di Lecce, alle 11.30 incontro un pubblico che non conosco; studenti, bambini, forse qualche adulto. E' in corso lì in questi giorni una manifestazione giunta a non so quale numero di edizione, si chiama il Veliero Parlante, la organizza una giovane preside che cura una rete di formazione per le scuole, Rete Infanzia Salento, si chiama, la preside invece, Ornella Castellano. Quest'anno la manifestazione è dedicata a una donna, una preside che io ho conosciuto quando ho lavorato a San Donato nell'ultimo indimenticabile Pon che ho messo su, era il 2008,  puntellandomi sull'entusiasmo e  sull'istintiva animale bravura di Clara Russo, io penso da sempre che lei sia una levatrice, una che fa nascere da chi ha di fronte, i suoi talenti: glieli strappa pure con i denti se lo ritiene necessario; non si preoccupa di far male. Ritiene peggiore il danno di tenere dentro i doni, piuttosto che sgualcirli un pò per farli venire al mondo. La preside di cui parlo, a cui è dedicata questa edizione del Veliero parlante, una donna col sorriso pronto a fiorire, una di quelle persone che mette avanti la fiducia verso gli altri piuttosto che la sfiducia, era e nella memoria che le cose belle sempre innaffia è, Raffaela Carlino.
Sono  contenta anche per questo di stare domani lì, a Copertino, al castello, bellissimo per inciso, sì, alle 11 e 30. Per portare il mio sorriso a Raffaela, mi devo far bella domani, Raffaela nel suo cielo mi vedrà e mi rimanderà l'affabilità la disponibilità, la curiosità, con cui mi ha sempre ricevuta. E contenta perchè farò vedere alcuni dei libri scavati nel 1997, mostrerò un bel lavoro di animazione visiva che ho fatto su quei libri che si trova pure sul mio sito ma bisogna cercarlo perchè se ne sta troppo bene nascosto. Troppo.
Racconterò domani di tutte le volte che i libri mi hanno dato riparo, sono stati per me dei tetti sulla testa. Delle case. E delle due volte in cui questo non è successo, nel 1989 e in questi ultimi cinque mesi, e perchè secondo l'analisi che ne ho fatta io. In ultimo mostrerò quatttro libri d'artista, bellissimi, che mi ha fatto vedere la maestra Clara, sono di una sua giovane scolara di nove anni, Sara, e poi il libricino tirato giù da una mamma dal blog che Clara aprì in occasione di quel magico Pon e che poi Clara ha curato, con infinito amore e creatività, e rinnovandosi ogni volta, fa magie per i suoi piccoli, la strega Clara ama chiamarsi potterianamente, dove si cimentano quasi due generazioni di fervide menti, fra cui oggi, Cristian e Monica.
Questa sarà la mia scaletta.
Se volete venire io sarò contenta.
Di raccontare ancora una volta una delle più belle avventure che conosco.
C'era una volta una bambina che all'età di sette ebbe da sua madre come regalo un libro, Il Lampionaio di Cummings. Entrandoci dentro scoprì.........


.............a domani!

sabato 5 maggio 2012



Il plesso Bartolo Longo, a Latiano, era un sacerdote Bartolo Longo, oggi è un beato, una scuola elementare dove ho svolto la seconda puntata di un laboratorio dedicato al libro di Bruno Munari Cappuccetto Rosso, giallo, verde, blu e bianco, è formato da alcuni padiglioni. Una metà, sono vuoti. Forse lì ha frequentato la scuola il mio Giovanni Rubino, e sua sorella Margherita. E il loro fratello Fulvio. A distanza di anni, e molte e dolorose vicende che riguardano me e loro, come tutti, tutti noi nessuno escluso, io sono entrata in quella scuola per portare una esperienza, un pensiero, in cui l’arte, la narrazione, cerca di cucirsi insieme alla mia vita oggi e a quella dei piccoli che incontro. Ho cercato, piuttosto male questa volta, di tenere insieme tutti questi livelli. No, non è stato facile, anzi. Difficilissimo. Come quando si fanno le cose per forza, costringendosi. Come quando si fanno le cose per gli altri, e tu tratti te stesso come un altro. E quindi non ti ascolti.
In quella scuola c’è ancora oggi, a distanza di giorni, una nevicata di errori. Quando abbiamo attraversato la storia bianca di Munari, degli errori abbiamo parlato. Cappuccetto non vede il lupo, né il lupo lei. La storia ha come aiutante, la neve: il caso. A volte però i nostri limiti non ci aiutano, al contrario, ci sono antagonisti. Ci inciampano. E gli altri, se ci vogliono bene, ci possono dire, guarda per me…. Ci fanno vedere un limite che possiamo spostare dentro di noi. Una cecità che possiamo accendere. Perché prendersela? Essa è l’inizio di una nuova storia. Se l’errore viene trasformato. Non viene messo all’indice, non viene colpevolizzato. Capisco bene da me che ci sono errori ed errori, ed è giusto affrontare le responsabilità che comporta la nostra mancanza di prospettiva. Essa però non è solo una colpa e basta. Siamo esseri limitati. Dalla nostra storia personale, dal nostro tempo storico, dalle nostre potenzialità. Ma quel limite è una risorsa. Perché segna un punto di partenza. Se non lo paragono al punto di partenza degli altri ma al sorgere del sole, alle 5.30, di stamattina. Ho alcune ore per sciogliere il mio errore al sole. Quelli nostri; quelli dispersi sul viale della scuola ci resteranno per un altro po’. Fino a giugno. A settembre, quando i miei amici saranno in terza insieme alle loro maestre, che sono contenta di avere conosciuto, tutte, anche quelle della "scuola dei giardinetti", da ognuna, come da ognuno dei bambini, ho preso un frammento di verità, allora, a settembre, gli errori saranno spariti. Sarà rimasta invece l’ombra di qualcuna di quelle parole sul nostro cuore. Quella noi adulti dobbiamo imparare a liberare. Dentro noi stessi, scioglierla. Basta alitarci sopra, prendere la parola. Agirla. E se sbaglio, è l’inizio di una nuova storia.


dal 12 al 25 aprile sono stata impegnata a Latiano, in un laboratorio voluto per la settimana della cultura dall'assessore Maria Concetta Milone che ringrazio per l'opportunità di scambio e di conoscenza, di me e degli altri a cui sempre il lavoro apre. Ringrazio anche la maestra Rosanna Pizzi che ha coordinato e davvero voluto la mia presenza a scuola. E tutte le maestre: Giuseppina, Ofelia, Angela, il maestro Gennaro, e poi Rita, Raffaella e Grazia, la quale conosce una formula magica per acquietare e incoraggiare i suoi piccoli. Ciao, a voi tutti. Ciao, giovanissimi amici.