Non so chiamarti. I titoli mi vengono sempre alla fine delle cose dei processi delle storie che racconto, per immagini o per testo. Che racconto ai bambini durante un processo di educazione e autoeducazione alla bellezza e allo stupore che dura anche un intero anno scolastico. E così non so dare il titolo a questo che oggi, stamane, è solo un bisogno. Rendere pubbliche le mie tracce di questi anni. Il sito che avevo messo su e pubblicato nel 2002, opere di carta, non è mai stato abitato. Non conoscevo il linguaggio che mi consentiva di entrarci quando potevo volevo sapevo, necessitavo. Così quella casa, nata già con le tubature sgocciolanti, ha continuato a perdere acqua senza che io riuscissi a fare nulla per lei. Troppo complicato. E’ rimasta così in tutti questi anni. Una casa con le porte e le finestre aperte ma in realtà disabitata. Me ne rammarico fino a un certo punto. Forse cercavo quello che alla fine solo in questi mesi ho trovato. Uno spazio in cui abitare in questa dimensione immateriale e affascinante del web. Ma anche complicata pericolosa superficiale. Una superficie che porta all’estremo i nostri tic le nostre nevrosi le parti infantili di noi ma anche quelle serie. E’ serio infatti per me adesso il bisogno di condividere il patrimonio di pensieri e di passi compiuti in questi anni, quasi dieci ormai. Mi sembra di abitare in un luogo deserto. Quello che lancio di qua sono aerei di carta. Forse così posso chiamare il mio blog. E disegnare, o provare a farlo, traiettorie in cielo che vanno verso Nord, l’arte. Verso Sud, la scrittura. Verso Est, la famiglia e gli affetti e verso Ovest, i conseguimenti, gli obiettivi, le storie e le scoperte del mio fare e del nostro: perchè sono diversi anni ormai che immagino storie che riguardano e che si fanno, e che realizzo insieme ad altri con cui condivido una passione, due: l’amore per la bellezza la passione per la letteratura.
Al centro di questa rosa dei venti, di questo aeroporto virtuale, ci sono io e questo gesto nudo semplice vitale. Spostare di pochi centimetri e staccare da me separandomene, ciò che mi è accaduto di fare di pensare di vivere.Saranno pure tre centimetri più in là ma la tua mano che raccoglie quell’aereo caduto può decidersi di lanciarlo ancora una volta. Ne perderò allora le tracce fisiche ma non quelle per cui quell’aereo ho deciso di lanciarlo da qui. Per affidargli altri padri madri sorelle amici. Io da sola non posso dare a ciò che faccio la ragione per cui lo faccio. Sospendere incantare sciogliere il tempo e trasferirlo altrove. Su un foglio di carta tenuto forte con le loro mascelle da queste formiche che sono le parole; da questi segni di matita che sono l’eco delle mie scarpe.
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mercoledì 4 aprile 2012

a Bari, nella pancia della balena



La fotografia è stata scattata nel 2006 a Bari, in via Datto 14. A Poggiofranco, vicino a quella chiesa in cemento armato, bruttissima. Prima di cominciare l'ultimo ciclo di mostre che ho fatto, Rose d'inverno; era il 2006.
Da qualche giorno invece, a Bari, in Via Datto 14, a Poggiofranco, vicino a quella chiesa in cemento armato, bruttissima, nel negozio di cornici di Ruggiero Gregorio, che sta sotto il balcone della signora Dentico, una amabile signora avanti negli anni che fa da mamma a un intero quartiere, e lo fa scendendo un paniere di vimini dal suo balcone dove dentro sistema i più buoni panini della città, per non parlare delle sue focacce, da qualche giorno ci sono anch'io nel negozio di cornici di Ruggiero dove ci lavora pure Enzo, ci sono dico due quadri miei. Stanno lì perchè Ruggiero vuole che un segmento del mio lavoro stia a Bari. E pure io lo voglio. E ci stia stabilmente. Se avete voglia tempo curiosità, e piacere a fare due chiacchiere con una delle persone per me più capaci di tradurre l'arte nella vita, andate in Via Datto sotto il balcone della signora Dentico. Dentro la pancia della balena. Che il negozio di Ruggiero quello è. Una balena che in altissimo e profondisimo mare, si è mangiata tutto quello che galleggia. Lei, sapete, la balena, non mangia i pesci. Mangia il plancton. Lei diventa grande nutrendosi dell'invisibile: l'animale più grande del pianeta.

Vi allego il numero di telefono del negozio e il cellulare di Ruggiero.
teresa ciulli

ruggiero gregorio: negozio, 080 5017977; cellulare, 3294141224






sabato 31 marzo 2012



















Di me è rimasta una scarpetta
tutto il resto si è dileguato nel temperamatite
nel corso di molti anni.
Non sapevo, allora,
di stare temperando me stessa,
consumandomi.
Se l’avessi saputo, se qualcuno me l’avesse detto
avrei scagliato quella matita fuori dalla finestra
magari colpendo un passante.
Un passante ho colpito veramente,
più d’uno credo temperando,
e me stessa, certamente.
Me stessa più di chiunque altro.
Che di me oggi, una scarpetta è rimasta.
E decine e decine di quadri che sono giunti
con un’astronave da una terra senza abitanti.
Le mie immagini a quella terra sono servite
per popolarsi di storie
di delicate figure di donne con le scarpe dal piccolo tacco.
Esse hanno raccontato moltissime cose
di sé
nella forma indiretta e ricca di porte, dell’arte.
Da quelle donne, altre si sono affacciate
da quelle figure, parole sono fiorite:
esse sono diventate campo
giardino, luogo vivente.
per chi le ha incontrate e amate.
Territorio di stupore
dove stare a guardare qualcosa che
non sta fermo come sembra ma, si muove.
Ogni giorno, con te.
Verso il nulla dove siamo diretti
o verso l’astronave da cui quelle immagini sono scese
per essere fatte
e imbarcate di nuovo
nelle case della gente.
Perché, quelle case, sono la nostra vera astronave.
Il sistema solare da cui per millenni ci siamo formati
in grembo alle stelle
per poi arrivare qui,
sulla Terra.
Per incontrare chi?
Noi stessi su un foglio di carta.
Noi stessi nel bacio tanto desiderato.
Noi stessi nella piccola mano di un bambino che ha paura di tutto.
Noi stessi nel pianto inconsolabile di una sorella tradita dalla sua bontà.
Noi stessi nelle storie crudeli di inverosimile e vertiginosa sofferenza
che sembrano colpire solo gli altri.
Noi stessi nel canto lontano di un uccello di cui non conosciamo il nome.
Noi stessi nella prova più difficile, essere soli:
trovarsi di tutto questo, solo una scarpetta in mano.
E, da quella,  disegnare il resto.
Tutto, pure l’astronave.



no! ecco l'altra
57 x 76

2012

giovedì 22 marzo 2012

il quattro è rimasto in tasca

fra tre giorni, l'Arca, parte
di mattina, pomeriggio e dopocena puoi ancora salirci su

martedì 20 marzo 2012

a chi guarda


In un attimo si afferrano tante cose. Se riesci ad appuntartele da qualche parte. Per questo ti consiglio di portare sempre con te una piuma raccolta al mare, tantissimi anni fa. Quando il mondo era calmo. Perché non squillavano i telefoni cellulari, non eravamo sempre raggiungibili, e potevamo sostare con il mondo. Andarcene a spasso alla sua folle velocità, 34 chilometri al secondo nello spazio, nel vuoto. Che cos’è poi il vuoto è una domanda da riempire, a meno che tu non abbia la saggezza di lasciarti cadere dentro o sopra, non lo so come si cade nel vuoto. In quegli anni, gli anni 90, io disegnavo con una tranquillità dentro che appartiene tutt'oggi alle divinità indiane. Quelle che se ne stanno a dieci braccia a raccogliere da ferme, nella posizione del loto, qualcosa che non si vede se non le guardi. Le loro mani pizzicano qualcosa. Il vento e quello che il vento porta: l’urlo di un bambino e il suo pianto, la disperazione di una mamma che ha perso la pazienza senza che lo volesse, anzi, voleva proprio il contrario. Com’è che accade che facciamo le cose al contrario io davvero non lo so. Me lo sono chiesta tante volte in questi anni mentre facevo cose che proprio non volevo, il problema è che ho continuato a farle. Ma succede anche a te? Le mani delle divinità invece pizzicano la loro ferma, tranquilla volontà che fa manifestare solo ciò che vuole, non il contrario. Negli anni 90 era facile per me fare proprio come desideravo. Non c’era nessuno, un piccolo intendo, un figlio, a farmi vedere l’altra metà di me stessa. Quella parte che, dopo la nascita di un bambino, scopre di essere cattiva. La mia grande opinione, la grande opinione che avevo di me, già nel 2000 cominciava a modificarsi. Avevo paura di diventare mamma. Paura. Non l’ho avuta così grande nemmeno quando sono stata malata e lì, certo, che ci potevo morire. Ma la morte quando sei nel cuore dall’amore non ti può raggiungere mai, nemmeno se ti ammazza. Perché chi ti ama poi sempre ti porta con sé. E’ l’eternità sulla terra a cui i buoni i giusti i belli i saggi hanno diritto; a cui hanno diritto tutti gli amori ricambiati. I cattivi e i cattivi amori, no. Ecco perché l’immortalità sulla terra come mamma te la guadagni solo dopo che il figlio è a sua volta diventato padre, e madre, e capisce cosa accade; che rivoluzione dentro la vita di chi cresce qualcuno, di chi ne diventa responsabile, per sempre.
E’ questa parola, per sempre, bellissima se gemma quotidianamente nella libertà di una scelta, ma si aggroviglia tutta e diventa un nodo su cui fai altri nodi nel tentativo di scioglierlo e ti cade addosso come una montagna, se non riesci a vederla per come è. Piena di porte, di soglie di usci di tappe di tacche. Piena di scalini, di curve di panchine. Di interruzioni. Di altre direzioni possibili. Un figlio è nello stesso viaggio che fai tu, non è diverso. Se nel frattempo scopri qualcosa, anche la lui la scopre. E se tu piangi, pure lui lo fa. E se decidi qualcosa la sua decisione pure è presa. Per ora, per oggi. Come per te. Ma finchè non capisci e soprattutto non accetti questo zigozago, e il dolore, i problemi che te ne vengono, non ti resta che buttarti nella mischia e prendere i fogli di carta così come vengono, nella furia nella fretta nell’approssimazione, prendere le idee così come sono e percorrerle subito. Anche se sbagli a disegnare se sporchi il foglio e se non ti piace quello che hai fatto capisci che ti devi fermare e mettere la firma. Per sempre, non esiste, se non nelle mani delle divinità indiane e nelle mie, molti anni fa, negli anni 90. Sono quadri bellissimi, perché anche non li rifarò più. Trattengono qualcosa, come la resina trattiene quella formica che ci cascò nel tentativo di raggiungere la briciola; e infatti l’amico Ruggiero fomentato e fomentante, tentò e credo riuscì a difenderli dagli oltraggi del tempo facendo loro intorno delle cornici bellissime, dei veri e propri cassetti. Delle teche, come quelle che custodiscono le immagini dei santi all’inizio del Novecento. Sono delle immagini sacre. Appartengono a un mondo da cui mi sono separata per sempre. Non lo rimpiango. Rifarei tutto, bè tranne qualcosa. Lì ero sola facevo accedere qualcuno solo se regalmente lo includevo nel mio spazio, e nel tempo che volevo; qui invece sono in gran compagnia, e io accedo allo spazio degli altri mostrando loro il mio desiderio bisogno, voglia di crescere insieme. Cadiamo tutti insieme, e insieme ci rialziamo. A volte per darci la mano ci sbilanciamo e chi ha aiutato uno ad alzarsi cade di nuovo. A me è capitato. Mi sono fatta male. Alle divinità indiane e ai miei quadri degli anni 90 non succede. Succede a chi, invece, oggi li guarda. Me compresa.



fu un'onda che mi portò
1995
61 x 52 x 12

martedì 13 marzo 2012

un segreto da restituire























ho intorno a me, per terra, sul grande tavolo quadrato dove disegno, le storie sotto il diluvio. Ho scartato gli involucri di carta da imballaggio, che tante volte ho aperto e chiuso. Sono uscite le bellissime cornici di Ruggiero Gregorio, il mio caro colto, sensibile amico che a Bari, ha curato in tutti questi anni il mio lavoro nel momento in cui usciva fuori e diventava pubblico. Ho con me in attesa, come sentinelle, il mio lavoro e i miei disegni in un arco di tempo che va dal 1993, quando ho cominciato a mettere le cornici intorno a quello che facevo, a oggi, anzi a ieri, il mio ultimo disegno, dieci dita non bastano, è poggiato sul tavolo insieme ad altri. Ho scritto anche il listino, domenica sera. Sono prezzi simbolici che consentono realmente lo scambio e la comunicazione con l'esterno di questa esperienza, di questa forma d'arte. Perchè per me oggi, primario davanti a tutto, non è tanto il guadagno economico che è sempre stato territorio così irraggiungibile, quelle frontiere non le ho varcate mai non ho quel passaporto, ma primario è fare entrare in dialogo e dare un'altra casa, un'altra arca, alle mie storie. Non mi appartengono.  Non sono mie. Qualcosa, qualcuno, una storia davvero speciale che ho alle mie spalle e che mi rende ancora forte pur nel momento di massima debolezza, me le ha messe in mano, date in prestito. Semplicemente perchè io veicolassi, le facessi uscire fuori. Oggi, in questi giorni cominciati ieri, sto finalmente mantenendo la mia promessa di restituzione. Io sono stata e spero di continuare a  essere semplicemente una medium.
Sono il trattino fra qualcosa che non conosco e qualcuno che in questi giorni mi contatterà  per venire a conoscere qualcosa che lo riguarda da vicino. Una storia di carta che, a sua insaputa, di se stesso ha raccolto un frammento della sua vita, che come a tutti noi gli è per gran parte, oscura. E' un pezzo di carta, un quadro che sta qui,  una debole luce. Rivela un segreto: ignoto solo a me. E a dio.




un segreto, 1996
58 x 98

lunedì 5 marzo 2012

separarsi da se stessi

Ho sempre avuto difficoltà ad essere mercante dei miei quadri. Forse perché essi, tutti, raccontano una storia. Sono le pagine della mia vita. Ma queste pagine, da anni, sono in un libro chiuso. Sta, questo libro, in una casa,il mio studio, che è diventato un luogo abbandonato. Da me, negli anni precedenti. Non perché non ci entrassi, ma perché ci sono entrata con tante fatiche, tante pene, tante difficoltà addosso. Esse si sono riversate sui miei quadri, le mie storie. Come un involucro che li separava dal mondo. Quello degli scambi. E’ vero, io non sono brava né portata a fare il mercante, a esserlo; non lo so fare. Voglio invitarvi invece, a salire su un’arca di storie. Troverete i miei segni tutti in giro: per terra, appoggiati in equilibrio fra loro, appesi anche. Così come li sto andando a sbrigliare, svegliare, ridestarsi. Puoi entrare nell’arca a cercare qualcosa. Qualcosa che ti parla. Perchè vorrei scambiare quei segni, se mai ne fossi interessato, a un prezzo simbolico. Ne ho già pagato uno io, e grandissimo, il più grande di tutta la mia vita, per averli tenuti qui. Muti.
Preferisco invece che così come sono si prendano lo spazio della parola e si mettano in dialogo. E che il loro prezzo non rappresenti più un ostacolo, o un danno. Essi sono pezzi di carta dove sta consegnato qualcosa che in altra forma non potrebbe esistere. I miei passi sulla terra. Valgono se si cancellano. Conta dove siamo adesso.

Da lunedì 12 marzo a domenica 18 marzo, sia la mattina che il pomeriggio che dopo cena. Chiamami per conferma: 333_9726501
teresa (ciulli)
Via Rossini 57, Castromediano, Lecce






mercoledì 29 febbraio 2012

ho sete di me
2012
56 x 56


sabato 25 febbraio 2012





dieci dita non bastano
soprattutto se due sono impegnate a battere sulla tastiera
quattro, per parte, a pelare le patate
cinque a raccogliere da terra i panni sporchi
e le altre dieci a stenderli .
Dieci dita non bastano
ma neanche venti:
i buchi da chiudere sono
trentamila:
basta a fare quello che non si può fare.
Adesso mi siedo e guardo il mondo attraverso la mia gonna
il mio braccio
la tasca destra del cappotto
Vedo tutto un altro paesaggio.
Vedo un'amica che mi saluta e mi sta aspettando.
Adesso le dita mi conviene usarle
tutteeventi
per andare a trovarla.
Le mani, le dita, le devo poggiare sul volante
prima però, le devo staccare dalla tastiera.
Servono le dita, le mani,
a promuovere la vita.
Anche quella che pare un colabrodo.

Dieci dita non bastano
2012
57 x 59

giovedì 23 febbraio 2012

le notti in bianco

Sull’altopiano di Serrisi in provincia di Crotone, qualche giorno fa. La neve nei giorni precedenti aveva coperto ogni cosa, tranne gli alberi. Pini sparsi e soprattutto faggi spogli. Delle scope a testa su. Una trama di dita nude in una immobilità sonora prima ancora che fisica. Il silenzio è la neve. Essa non copre soltanto la superficie del mondo ma anche le sue urgenze passano in secondo piano. Come la terra possa sopravvivere a questa dura prova è per me un mistero affascinante. Al peso del freddo, alla  stagionale sepoltura. Fuori solo le povere costruzioni in cemento, l’altalena rossa, le orme di un cane affamato; fuori, la limpidezza del cielo che indossa il suo abito per la sera. Uno smoking di stelle affilate come punte di ghiaccio. Eppure laggiù, lassù, quelle son fornaci. La distanza è tale che non mi consente la giusta esperienza. Meno male che ci sono i libri per questo. E l’età in cui li ho letti; altrimenti sarebbe povero lo sguardo. Anche la neve è utile alla montagna, e forse anche agli uomini. Consente loro un riposo fisico che negli altri mesi dell’anno in quelle difficili condizioni ambientali non è possibile. Lavorare in montagna è certo faticoso per chi, come è accaduto fino ad alcuni decenni fa faceva il boscaiolo, e poi si doveva occupare di trasformare quella legna in carbone, un processo di estrema sapienza, enorme fatica. La civiltà della neve è legata al poco materiale. Ma al molto spirituale. Sarà quella lunga abitudine all’attesa, quel sintonizzarsi al silenzio dei mesi invernali, che il silenzio è una porta da cui passa tutto e nel passaggio si arricchisce di qualcosa mentre ne perde tante altre, perché tutto non si può avere. Sarà che in questa estrema relazione, gli uomini gli alberi gli animali le stelle il fumo che esce dai camini, condividono la stessa condizione, la pazienza; sarà infine per la bellezza elargita in fiocchi morbidi larghi bianchi leggeri come piume che si avventano su ogni cosa e li coprono di nulla. E’ l’esperienza della terribile potenza del mondo data in forma apparentemente magica ingenua inoffensiva. Se non fosse per quel freddo che ogni fiocco porta con sé e che ricorda che stai dentro la vita e da quella anche ti devi difendere; da quello che la vita porta come minaccia oltre che, sempre, come opportunità e dono. A te spostare ciò che sta sui due piatti della bilancia in modo che essi siano in equilibrio. Su uno di quei piatti, nei giorni scorsi c’era tanta neve, e così, sull’altro, ho dovuto mettere calore. Quello necessario per sciogliere dentro di me la paura che sempre mi porto appresso. E quando quella si è sciolta ho visto la bufera di neve per ciò che era, togliendo di mezzo tutto quello che mi infastidiva: ho spento dentro di me l’audio acceso al massimo dell’autobus su cui percorrevamo l’altopiano; ho fatto fuori le decine di persone con cui viaggiavo tranne il mite bravissimo  autista Rocco, da vera killer professionista; ho lasciato Alvaro in ammirazione davanti a un nintendo ultima generazione di proprietà di un ragazzino tecnologicamente educato, e ho visto. Viaggiando a pochi chilometri all’ora, lungo una strada stretta e bianca, ho visto ciò che la prima volta avevo visto nelle pagine di Guerra e pace. Perché Tolstoj mi ha fatto vedere, lui per primo, la neve. Me l’ha descritta, me l’ha consegnata intatta, terribile e luminosa, legandola al destino di Natasha che in quelle pagine era giovane e innamorata del principe Andrej. E ancora cantava con la sua bellissima voce. In quelle pagine si spostava con i suoi fratelli sulla slitta, era sera e una torcia era accesa di fianco al cocchiere, e la luna brillava sulla vasta distesa di neve che poteva essere a quel punto anche quella della luna. E io in quelle ore, anni fa, ero immersa in quello spazio: in una incommensurabile bellezza che è ancora lì. Intatta, nel libro. Ecco come è stato che ho incontrato, in un pullman dell’italviaggi dentro una cavaiola che solo una sintonizzazione radio casuale può determinare, il conte Lev Tolstoj in persona, sì lo scrittore. Si è seduto a fianco a me e con me ha guardato turbinare la neve sull’altopiano di Serrisi, e in quel momento mi sono ancorata, daccapo, al suo grande romanzo.  Ho agganciato il moschettone alla corda e mi sono arrampicata, daccapo, su quelle notti in bianco mentre leggevo il libro e risalivo controcorrente le pagine e mi facevo spazio largo fra le vite di quelle persone che ho imparato a conoscere, qualcuna ad amare, qualche anno fa e ancora daccapo, ieri. Ho riconosciuto la neve che Tolstoj mi ha descritto. Essa veniva dal cielo e veniva dal libro, da anni indietro. E ancora verso di me cade. Adesso pure, che attraverso la scrittura la prendo fra le mani e so che il mio calore la scioglie. La trasforma, ancora daccapo, in una pagina scritta. Un faggeto di lettere immerso nella neve della pagina dove ti sei avventurato. Troverò le tue orme domani. E saprò di essermi incontrata proprio qui e proprio con te. Al limitare del mio mondo. Al confine fra quegli anni e il presente. Sulla soglia fra il libro della nostra vita e quello che un'amica mi invitò a comprare. E tutto sta insieme se decidiamo di farne un pupazzo: una carota, un cappello, un nastro di fortuna e una tasca di neve dove mettere una penna, e un libro. Lo chiudo in una bella busta di plastica dove sta disegnato un pino e  un indirizzo di Camigliatello;  servirà a custodire il libro in modo che non si bagni. Così se passi dalla foresteria della Madonna Pellegrina a Serrisi quest'estate, aprila quella busta che al disgelo sarà finita a terra. Dentro c'è uno dei libri più belli una delle storie più grandi che ho mai letto a letto. Nelle mie notti bianche.







































notti in bianco
dittico, 2010
56 x 38 ciascuna tavola

venerdì 17 febbraio 2012

la stessa gomma di dio


Esiste una gomma, è la mia, che quando la poggio sul foglio tira giù tutti i miei errori, tutti gli sbagli, tutti, tutti. Dal più recente al più vecchio; il primo, quello che feci all’età di sei anni, in prima elementare, il primo ottobre del 1966. La maestra, era una suora assai simpatica, lo prese a male, per me era solo una stanghetta che non si reggeva dritta, e me la fece subito cancellare. Da allora ne ho cancellati di errori, milioni. Anche quelli che non si potevano cancellare ho cercato di coprire di nascondere di eludere. Una massiccia operazione di esclusione. La più grande operazione bellica in cui mi sono trovata coinvolta. Giocando mai in attacco ma, sempre e solo, in difesa. Crescendo, gli errori infatti si sono spostati, dal foglio al corpo, e da quello alle relazioni ai legami, e da quelli al mondo, ecco perché nonostante grande com’è sono riuscita a sporcarlo di mio. Non ho dato peso, così come mi fu insegnato il primo ottobre del 1966: tanto c’è la gomma.
Ma io da un po’, un annetto circa, quella vecchia gomma non ce l’ho più. Inavvertitamente l’ho cancellata, forse. Da allora sono in affanno, letteralmente e fisicamente. Gli errori mi stanno tornando indietro. Lo strumento con cui ho creduto di aggiustare tutto mi sta recapitando tutto il triste approccio quotidiano. Non oso più impugnarla nemmeno perché chissà cosa mi mostra di tre anni venti giorni e tre ore fa: certo una disattenzione che pagò qualcun altro al posto mio. Questa gomma mi terrorizza adesso. Il problema è che non posso nemmeno buttarla dalla finestra, o nello scarico del gabinetto, ci ho provato, torna indietro arricchita di quel gesto di rifiuto, quel gesto maldestro che esce a fiotti sporcandomi le mani con un inchiostro che il sapone fa fatica a togliere. E’ una gomma maledetta, come maledetta è la mia vita. Io mi vivo così adesso. Soffocata da una pena così grande che non riesco a nominarla più. Troppo dolore, troppo ho visto. Troppo troppo troppo. Fuori casa, e dentro, e in me. E la bellezza dov’è. Anche il cielo è grigio stamattina. Penso ora alla felicità che ho provato l’ultima volta: il mio corpo sul tapis roulant la radio che diceva cose intelligenti e le immagini che mi scorrevano dentro cadendo dall’alto. I bigliettini che ho appuntato, li ho presi direttamente dalle mani di dio. Lui non cancella mai niente, per questo è felice, per questo il mondo è andato avanti. Gli errori siamo noi e ci ha lasciato. Ci ha fatto scoprire la gomma per farci disperare. Provare com’è la perfezione e non raggiungerla mai. O solo qualche volta e quella volta chiamarla felicità. E se fosse questo l’errore? Se invece la felicità fosse starsene su questa zolla sporca e sbagliata a vivere pienamente, con un bel respiro, questa pioggia grigia che mi unisce alla nuvola alla terra agli altri, tutti, e pure a Napoleone Bonaparte. Che l’acqua, quella, è da sempre la stessa acqua.


26 novembre 2011




geografia e storia, 2005
è in vendita
103 x 73

venerdì 3 febbraio 2012

LEGoGERE
penso che leggere sia sciogliere più che legare. Sciogliere l'emozione contenuta in una pagina sciogliere le ragioni che portarono lo scrittore a scrivere il suo libro. Sciogliere le sue parole nelle tue: sostanze reciprocamente solubili. Ogni volta che si legge un nuovo composto, una nuova sostanza si crea.
Una nuova relazione. Affettiva cognitiva sapienziale. Umana.
Lo scrittore scrivendo si lega.
Il lettore leggendo, lo slega.
Primavera del 2001



LEGoGERE
82 x 70
2001

era il 2001 e io mi scioglievo nella vita di Florentino Ariza.
E lui si prese, in quelle pagine, allora e oggi, cura di me.


mercoledì 1 febbraio 2012

zoom






Nello schermo bianco, piccolo del mio cellulare, un'amica che so donna coraggiosa, mi scrive una domanda che sta ferma pur galleggiando sul punto interrogativo che la chiude.
Come si fa ad essere felici?
Non ci provo neanche a rispondere. Io non ho i titoli.
Per non cadere nel vuoto suscitato da questa domanda così enorme in questo schermo così piccolo, io cerco appigli durante la caduta.
Come quella storia zen di quello che sta aggrappato nel baratro e vede una fragola là dove tiene le mani, su quello spuntone, e se la mangia. Allo stesso modo, io, stamattina.
Mi viene da dire: affrontando la difficoltà, non voltandole le spalle.
Affrontandola anche se hai paura di non poterlo fare perché tutto il tuo corpo ti dice che stai male. E allora l’affronto con il corpo che sta male.
Mi viene da dire: continuando a guardare il cielo dove ci sono delle nuvole così belle che cambiano colore soprattutto in alcune ore di trasloco, quelle da un giorno all’altro.
Stando con la testa nell’oggi. A questo tempo qui, in cui chiedo a me stessa di mettere solo un passo in avanti senza cadere. Mettendo i piedi dove sta la mia pista. Senza chiedermi quanto quella pista è solida quanto è larga, quanto riesce a reggermi. Tutto il catalogo dei se lo lascio nella tasca dei pantaloni di mia madre. Quelli che portava quando aveva quarant’anni e usciva di casa, felice, perché doveva andare a scuola a insegnare. Era una scuola media del centro della città di Bari, la Ferri, e mia madre era orgogliosa di quella occasione personale. Che non era solo professionale ma anche sociale e di piccola distrazione. Andando da casa, al lavoro, noi a Bari abbiamo abitato in una cintura periferica, si vedeva i negozi e si distraeva un po’ da quelli che già erano i grandi spettri della sua e della nostra vita familiare. Chissà perché poi cambiò scuola, era il 1970, lei aveva quarantasei anni, era giovane e bellissima, e solissima dentro, e si avvicinò a casa. Era una scuola tanto vicina a casa, cinquecento passi, e lei cominciò piano a morire dentro e a non opporre più ai tanti problemi della sua vita un piccolo bisogno che era tutto suo, che solo a lei apparteva, a nessun altro. E mise, consegnò la sua vita, tutta intera alla famiglia a cui lei non apparteneva se non nel legame, terribile, di una sconfitta.
Forse questo dobbiamo accertarci di fare. Di riservare uno spazio a noi soli. Qualcosa che ha a che fare con la libertà la dignità il desiderio. Per quanto frivolo, civettuolo, improduttivo esso sia. E’ il giudizio, è la morale, è qualcuno che ci portiamo dietro a inquinarci con le sue sentenze ciò che facciamo diciamo viviamo, a toglierci la felicità. Io, ma solo e proprio io, che penso che voglio; chi sono? Senza preoccuparci di rispondere nemmeno alla domanda: perché. A volte le cose le dobbiamo prima vivere per poi saper dire perché.

27 gennaio 2012


Equilibrista sul filo di parole
E' in vendita
77 X 57
2010


domenica 29 gennaio 2012

grafite


Ci sono matite con cui qualcuno è arrivato sulla luna, le matite degli scienziati degli ingegneri dei fisici. Sono matite straordinarie perché con quelle è stata scritta una nuova storia dell’uomo. Poi ci sono quelle dei musicisti la matita con cui Beethoven compose tutte le sue sonate una matita che appena la prendevi in mano al posto dell’inchiostro lasciava cadere note: seminime crome e biscrome. Poi la matita degli scrittori una matita con le corde o con i sonagli e poi e poi la matita dei teologi quella con l’ombrello e la nuvola sopra perché dio appena può si manifesta e tu devi essere pronto. Poi c’è quella che ti porta a volare alto la matita dei sognatori quella che ti istiga a superare le soglie e i confini e in questo modo infrangere le regole e la pazienza degli altri e poi quella dei cuochi che afferrano nelle loro ricette gli ingredienti indispensabili tranne uno, quell’atmosfera assai rara che a tavola fa solo una persona sorridente. Taccio invece sulla matita scatola perché essa porta il suo segreto, il suo cuore che batte nell’oscurità, fino a quando la mano di colei o di colui che senza saperlo la sta già cercando finalmente la impugnerà. Poi c’è la matita del poeta che solo lui può prendere in mano perché le spine di una rosa nulla possono contro le sue mani perché egli solo fra tutti scrive con il vento sulla sabbia. E’ l’unica scrittura fra queste che non pretende di restare e dunque resta e sta. Come quella che fu di Etty come quella che fu di Emily come quella che fu di Cristina. A queste donne che furono grandi senza pretenderlo invio con la posta del pensiero questa collezione di matite. E a Sergio anche che mi invitò a vedere ciò che stava sul mio tavolo. Piccole storie di grafite.

Teresa Ciulli, 19 aprile 2006







E' in vendita
30X40 chiuso
75x40 aperto
2006


Una pennarosa

Immagino la penna di uno scrittore come una rosa. Lui la impugna incurante del dolore incurante delle spine incurante della follia che il gesto da solo già testimonia. Sa che quella sofferenza che non è della carne ma dell’anima è la moneta con cui si scambia l’immagine dormiente; la bella addormentata nel bosco. Il non nato il non ancora esistente riesce a essere strappato via dal suo sonno millenario solo dal profumo di una rosa. Se non impugnassi questa prodigiosa misteriosa difficile penna nulla potrebbe venir via da lì. Le parole come le immagini come gli accordi di una musica che un orecchio solo ascolta, prima di tutti gli altri, seguono una voce che si perde nel momento in cui accade. Come la neve che poggia il suo piede per terra come il battito dell’ala prima che la farfalla plani sulla corolla come l’odore della mia penna che io sola riesco ad avvertire e sempre indirettamente: come traccia rimasta, negli abiti di fortuna con cui sono giunte le mie immagini, a trovarmi: queste mie amiche spettinate.


6 aprile 2006


venerdì 27 gennaio 2012

nuvolario











Oggi, finalmente, ho sceso giù, ho liberato, la mia Collezione di Nuvole. Collezione di nuvole autunno/inverno 2010. Si erano andate a sollevare come vapori di carta dal grande tavolo quadrato dove mi capita, sempre più imprevedibilmente, di lavorare. Si sono sollevati vapori di trucioli di matita, vapori di tessuto leggero dove imparai a stampare anni fa i miei testi, quando facevo grandi sperimentazioni, soprattutto assai pericolose per i corti circuiti che averi potuto generare, e non certo mentali ma proprio elettrici. Si sono sollevati vapori di ritagli di carta, chissà che tagliavo in quel mentre, forse le pagine manufatte del libro sui diritti dell’infanzia. Si sono sollevati nastri e si sono andati a condensare laggiù, cioè, lassù, sopra i due coni di luce che stanno come sentinelle alla frontiera del buio. Due vulcani dalla bocca rovesciata. Sono eleganti le mie nuvole anche se una è fatta di fil di ferro, di vario tipo. E’ una nuvola di pioggia acida. Dalle altre invece cade giù matita colorata, cade giù carta, cade giù tessuto di organza, cadono giù, lettere del’alfabeto. Cade giù colore: fucsia arancio rosso rosa; verde marcio. Forse per questo che si sono sollevate, per riprendere, in un giorno di temporale il loro ciclo di vita. Riprendere il loro cammino circolare dalla terra al cielo e una volta lì, di nuovo alla terra. Un cammino che si è interrotto qualche anno fa. L’ultima mostra mia, quando è stata, mi sembra che è passato tanto tempo. Sì, dico, una mostra voluta da me e non una di quelle che mi sono trovata a fare perché me la hanno proposto gli altri. Una roba tutta mia insomma. Come questa collezione di nuvole. Che c’è da dire che sì, che conta l’eleganza di una nuvola, il suo vestito la sua forma il suo colore la sua misura, se è grande o piccola, certo conta eccome se conta, ma per me, ha contato pure il suo cordone ombelicale, il modo con cui l’ho tenuta issata, agganciata, con il suo peduncolo di tessuto o spago o fil di ferro, al cielo della mia doppia lampada. Devo pure dire che hanno proiettato la loro ombra su di me sul tavolo, sull’oceano di Debussy che è l’ultima grande opera di carta fatta in questo periodo. L’amico Matteo, che lo ha fotografato mentre costruivamo il video di Reflets dans l’eau, le ha tolte di mezzo arrotolandole fra loro. Non erano più nuvole da un bel po’, tre mesi. Forse se ne erano andate in un pensionato per nubi, un triste luogo senza più un cielo. Si erano perdute e io non me ne sono accorta. Per fare ordine devo cominciare da qui. Dall’ospizio delle nuvole. Sono loro, una per una. Sono andata a trovarle, no a prendermele. Le ho sciolte dal loro incantesimo di fili imbrogliati e le ho scese giù. Stanno adesso come misteriose concrezioni in attesa di me. La loro mamma. Io partorisco nuvole; come una qualunque ciminiera di una qualunque periferia industriale. Ma le mie si fermano prima: addirittura prima di arrivare a toccare il soffitto del mio studio. Spesso si fermano dentro di me, sul solaio della mia testa. Talvolta sono fortunate ed escono dalle orecchie dal naso dalla bocca dagli occhi: ma dalle mani di più. Ho fatto l’artista in questi vent’anni. Dal 1992 a ora. Da quando scrissi una lettera d’amore. Ora ho tante nuvole da classificare. Cominciando da queste qui. Per farne che, per farne cosa: una sfilata? No e basta con queste sfilate. Per farne una pioggia una pioggia che duri tre anni, saranno sufficienti. A ripulire di nuovo la terra. A restituirci il sole.




. la prima goccia.
Teresa, 13 maggio 2011, venerdì
















nuvolario
E' in vendita
58 x 76
2011

giovedì 19 gennaio 2012

il 5 marzo del 2010 scrivevo:

Scrivere sono i grandi pesci che mi stanno intorno che disegno io dentro di me, sono quelli  che mi fanno compagnia in questa profondità. Sono anche il mio legame con il mondo fuori con quello che non vedo ma che respiro. Chissà com’è il mondo fuori da qui. Scrivere mi aiuta a ricordarlo, a desiderarlo a sperarlo. Mi aiuta a resistere. Ecco che mentre scrivo e scrivendo penso, e pensando mi concentro nell’osservazione di ciò che mi sta davanti, il mare si dilegua contro la terra; o è lo scafo di una immensa nave? O è il sottogola della balena? O è ciò che si allarga, l’isola sotto il mare piena di rifiuti che si è formata al largo del nord Pacifico? O è il vero buio: l’assenza di parole fra noi.



















oggi: 19 gennaio 2012

scrivere, come tutto il resto della nostra vita, se non comunicato, se non condiviso, se non recapitato in quel momento a chi lo hai scritto, intossica, uccide. Scrivere, se resta un gesto autoreferenziale o se viene usato troppo a lungo solo per resistere, non serve più a nessuno, neppure a chi l'ha scritto. Perchè quel linguaggio diventa allora il fine della comunicazione stessa e non più quello che esso è, lo strumento di un processo di liberazione.
Oggi recapito a me stessa pubblicamente, questa azione di scrittura. Rendendola pubblica la apro a chi, come me, patisce qualcosa a cui cerca di dare una forma un nome e da oggi anche un indirizzo. Una strada per arrivare a casa. Per uscire da sott'acqua, togliersi il boccaglio e liberare la propria voce.

questo quadro, il boccaglio, è in vendita.
2010
76 x 58