Non so chiamarti. I titoli mi vengono sempre alla fine delle cose dei processi delle storie che racconto, per immagini o per testo. Che racconto ai bambini durante un processo di educazione e autoeducazione alla bellezza e allo stupore che dura anche un intero anno scolastico. E così non so dare il titolo a questo che oggi, stamane, è solo un bisogno. Rendere pubbliche le mie tracce di questi anni. Il sito che avevo messo su e pubblicato nel 2002, opere di carta, non è mai stato abitato. Non conoscevo il linguaggio che mi consentiva di entrarci quando potevo volevo sapevo, necessitavo. Così quella casa, nata già con le tubature sgocciolanti, ha continuato a perdere acqua senza che io riuscissi a fare nulla per lei. Troppo complicato. E’ rimasta così in tutti questi anni. Una casa con le porte e le finestre aperte ma in realtà disabitata. Me ne rammarico fino a un certo punto. Forse cercavo quello che alla fine solo in questi mesi ho trovato. Uno spazio in cui abitare in questa dimensione immateriale e affascinante del web. Ma anche complicata pericolosa superficiale. Una superficie che porta all’estremo i nostri tic le nostre nevrosi le parti infantili di noi ma anche quelle serie. E’ serio infatti per me adesso il bisogno di condividere il patrimonio di pensieri e di passi compiuti in questi anni, quasi dieci ormai. Mi sembra di abitare in un luogo deserto. Quello che lancio di qua sono aerei di carta. Forse così posso chiamare il mio blog. E disegnare, o provare a farlo, traiettorie in cielo che vanno verso Nord, l’arte. Verso Sud, la scrittura. Verso Est, la famiglia e gli affetti e verso Ovest, i conseguimenti, gli obiettivi, le storie e le scoperte del mio fare e del nostro: perchè sono diversi anni ormai che immagino storie che riguardano e che si fanno, e che realizzo insieme ad altri con cui condivido una passione, due: l’amore per la bellezza la passione per la letteratura.
Al centro di questa rosa dei venti, di questo aeroporto virtuale, ci sono io e questo gesto nudo semplice vitale. Spostare di pochi centimetri e staccare da me separandomene, ciò che mi è accaduto di fare di pensare di vivere.Saranno pure tre centimetri più in là ma la tua mano che raccoglie quell’aereo caduto può decidersi di lanciarlo ancora una volta. Ne perderò allora le tracce fisiche ma non quelle per cui quell’aereo ho deciso di lanciarlo da qui. Per affidargli altri padri madri sorelle amici. Io da sola non posso dare a ciò che faccio la ragione per cui lo faccio. Sospendere incantare sciogliere il tempo e trasferirlo altrove. Su un foglio di carta tenuto forte con le loro mascelle da queste formiche che sono le parole; da questi segni di matita che sono l’eco delle mie scarpe.
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martedì 7 febbraio 2012

E' (in) UN LIBRO

David Copperfield, per me:



E’ un cassetto, uno di quelli che aprivo, di nascosto, assai furtivamente, dalla alta e stretta cassettiera che mia madre teneva in camera da letto. Aprivo quei cassetti per perdermi fra i pizzi delle sue sottane, fra gli odori delle saponette, per aprire quel libro, meraviglioso, indimenticabile chissà chi lo possiede adesso, dalla copertina di madreperla, tante tessere quadrate lavorate una per una, che chiudevano quel libro di preghiere antichissimo, dove aveva pregato la mia bisnonna, Laura Contegiacomo; il dorso era dorato, d’un oro scuro e una fibbia di metallo in argento chiudeva quello scrigno prezioso di parole. Un baule di parole sacre, ma anche un baule di voci. Da lì a ben ascoltare si levavano ancora in bisbiglio, in monotona cantilena, le voci delle mie avi che qualche chicco di parola ancora, la mia voce stessa conserva. Come un grumo che non si scioglie perché ha fuori una corazza di pance di donne, tutte scomparse. Tranne, della linea della mia famiglia, io e Rosanna.


E’ uno spazio pieno di silenzio, nonostante le decine di personaggi che vivono la loro vita per anni e anni. Io ci entro e per prima cosa faccio un bel respiro. Inalo silenzio silenzio silenzio fin nella punta dei piedi. Mentre la storia si svolge, tumultuosa, sinuosa, ripida, e squarcia l’ascolto con una immagine che mi resta molti minuti fissata sulla retina. E’ uno spazio grandissimo, il più grande che io conosco e che ho mai conosciuto; eppure non mi ci sono persa mai, nemmeno una volta, forse una invece. In tantissimi anni dacchè lo abito, ne avevo sette la prima volta e ora cinquantuno fra poco. Una volta quando ho avuto paura a seguire quella storia. Non mi sono fidata, proprio alla fine me ne sono andata da una porta di servizio che quello spazio di perfetto silenzio, di medicamentoso silenzio, ha sempre a vista.


E’ una gonna anche. Di quelle che piacciono a me da quando ero proprio piccola. Di quelle grandi che quando giri su te stessa quella si apre come un fungo un paracadute: la corolla di un fiore che sboccia all’improvviso colorato e felice su uno stelo di gambe che per sostenere il movimento, l’erranza alla ricerca del cibo, devono essere due. Che una gamba ce l’ha chi aspetta il cibo stando fermo: il fiore, l’albero. Tutto il resto ha trovato modo di camminare, compreso il sole. E’ una gonna che si apre a ventaglio ogni sera, per ospitare il mio sguardo, per dare un senso e un compito ma anche una carezza, alle mie mani. Carezza, da quel corpo che ha un odore tutto suo.


E’ un odore: di fieno di paglia di stanza chiusa. Un odore di giacca anche se dentro ci sono persone nude.


E’ un gradino. Non sono mai stata più uguale a prima, dopo. E’ che devo aver capito qualcosa che mi ha cambiato le cose che avevo capito prima. Questa volta che non posso tornare indietro. Che quello che non ho fatto è andato perduto, sta nella città di ciò che abbiamo perduto, una metropoli immensa che se ci vai da visitatore stai sicuro che non torni più perché ti perdi nelle strade del rimpianto che sono tutte cieche. Questa volta che, se nutro in me la certezza che mi è rimasto poco tempo, perdo pure quello.

E’ una bandiera allora, anche. Da issare alta alta sul punto più alto di me, è l'indice di una mano levata al cielo, mentre mi sforzo di non cadere che me sto sulle punte.
La pianto adesso al centro del mio cuore insieme a tutte le altre, sono decine, che in tutti questi anni ho portato indietro da tutti i territori del silenzio in cui sono andata. Con la pazienza di una formica con la passione di una innamorata con la sorpresa di chi guarda dallo stesso angolo da cui ha guardato un altro centosessantuno anni fa.


E’ la storia di una amicizia alla fine. Con qualcuno che te ne fa dono. Manco mi sa, manco mi conosce, mai mi saprà, mi conoscerà. Dici?
Quello si sbilancia tantissimo verso di me di te di noi, si fa vedere in controluce o in pieno sole o sotto la pioggia o nell’abbandono del desiderio, si mostra indossando un vestito preso in prestito ma sotto c’è il suo corpo. Trasfigurato completamente metamorfizzato. Perché lo fai? Io dico per raccogliere tutta quella pena tutto quel desiderio e quella paura e quegli abissi e farli diventare farfalle.


E’ una voliera.
Un giardino di farfalle. Adesso ce ne sono in giro per casa 1022. Compreso l’indice dei capitoli e le due prefazioni.
Una te la mando per l’anno che verrà. Lasciala volteggiare



oggi Radiorai3 dedica tutta la sua programmazione a Charles Dickens, anche Google mi sembra avere una atmosfera tanto dickensiana oggi. Forse non è un caso. Forse oggi è un qualche anniversario. Certo un anniversario è ogni volta che noi leggiamo un libro e lo amiamo, e stabiliamo con l'autore legami di serellanza di maternità di cura. Che è sempre, una cura reciproca. Il libro esiste se lo leggi. Io esisto quando mi trovo scritta. Da qualche parte, mi ritrovo. E se mi ritrovo, e più volte e in più personaggi nelle pagine di David Copperfield, il libro è un mondo. E quel mondo mi contiene. Io, anche lì, e ora lo so, esisto.


















questo cosa ho appuntato sul libro di Dickens dopo averlo finito:
per molti mesi ci siamo incontrati qui, e ora dove ci incontreremo? 
La risposta è stata questa:


la risposta è stata: nel mio biglietto di Natale. Mandato agli amici, alle persone che in questi anni con i loro segni mi hanno dato qualcosa che è stato importante ricevere: considerazione.
Dickens l'ho, con le forti funi della memoria ancorato alla mia eistenza, di ieri e di oggi. E gli amici in questi giorni ne hanno aggiunta un'altra di fune. Che tiene me, Dickens e loro stessi. Anche loro adesso sono qui. In questo spazio di scrittura che tutto unisce con questi delicati ponti di inchiostro simpatico: perchè si vede, appare solo qui.
ciao. buona giornata.
teresa

sabato 9 aprile 2011

Shuttle di carta

Questa settimana.


Uccidono all’uscita del campo profughi di Jenin, in Palestina, l’attore e regista Julius Mer-Khamir, madre israeliana, padre palestinese. Noto per aver fatto un film qualche anno fa su alcuni bambini che anni prima avevano fatto parte di un gruppo teatrale messo su da sua madre Arna. Lo hanno ucciso i palestinesi stessi, convinti fosse una spia del governo israeliano o i servizi israeliani, convinti che fosse una spia dei palestinesi? Certo hanno ucciso una voce umana che ne rendeva possibili altre, in condizioni di vita miserabili.

Nel frattempo continua la fuga di notizie sulla fuga radioattiva di cesio e iodio dalla centrale atomica di Fukushima: tre giorni fa sul giornale scrivono che nel mare ci sono concentrazione sette milioni di volte superiori al livello di normalità che quelle due sostanze devono registrare. Sette milioni di volte, penso, è la fine del mondo. L’intossicazione dei pesci e da lì a tutta la catena alimentare. La morte del mondo. E’ un lutto di immense proporzioni. E’ la nostra morte annunciata, ma non mi sembra che sui giornali ci sia cenno agli effetti di questa catastrofe: perché sono io che mi sto inutilmente allarmando. Ma io devo aver studiato le relazioni fra i sistemi viventi, sono nessi certi: e dunque e allora?

Mentre me ne sto sbigottita anzi, tramortita, leggo ieri sul giornale di avanti ieri, perché la televisione non la vedo, del barcone affondato fra Malta e Lampedusa, 250 morti fra somali ed eritrei. Il barcone si rovescia, nel mare in cattive condizioni, quando nella notte viene avvicinato, nel buio, da una motovedetta italiana a fari spenti. La gente si spaventa si sposta, il barcone si rovescia. Un altro cumulo di vite pagate alla guerra. Che se non è quella per il petrolio è quella per lo sfruttamento ingiusto delle risorse, o quella che oggi chiede il rimborso di una storia coloniale che dura, mutando i modi i nomi, e le forme di governo, dalla scoperta dell’America, nel 1492.

Come se tutto questo non fosse già oltre ogni ragionevole portata del pensiero, ascolto per radio stamattina, prima un professore di Napoli che si lamenta della puzza costante dell’immondizia bruciata per strada che è pari per disgusto a quella dell’immondizia non bruciata, che marcisce in montagne fra le strade, e poi in un’altra trasmissione, stamattina avevo voglia di farmi del male, una intervista a tre intellettuali iraniani. Parlano della durezza del regime, della tragica dittatura a cui sono costretti in nome di una strumentale interpretazione della fede della religione, migliaia di donne e di uomini. Della pericolosità di questo regime che ha sicari in ogni parte del mondo per cui anche la protesta, altrove dall’Iran, è assai pericolosa. Loro parlano e so con certezza che la nostra indifferenza, la loro solitudine, è in fondo la sconfitta della loro causa. Ci sono cose da soli non possono essere affrontate. Ma la democrazia in fondo a questa solitudine condanna. Che chi ha il privilegio di goderne, anche solo, un pochissimo, un frammento, qua se ne sta tutto raggomitolato nel suo bozzolo di benessere, per quanto piccolo e modesto, e precario esso sia. La democrazia ha costruito una classe di umanità, che si fa i fatti suoi. E così facendo condanna tutto il resto dell’umanità, e anche se stesso -è solo questione di tempo- all’estinzione.

Come si fa a non vedere una così grossa? Forse proprio perché è grossa. Un uomo dell’Universo non vede nulla perché in esso è immerso. Vede dell’Universo, niente. La poltrona di vimini su cui appoggio mentre scrivo qualcosa che l’universo non può raggiungere. La cassetta postale di dio chissà in che pianeta, fuori dal sistema solare, fuori dalla via Lattea, si trova.

Eppure io che faccio? Continuo a intossicarmi di notizie che non posso cambiare, ed è questa la ragione più grande della tossicità di ciò che accade, oppure continuo ad ascoltare a leggere a scrivere? Faccio un aeroplano di carta con questo foglio, adesso. E anche, come ieri sera, decido di tornare apposta sui miei passi per mettere nel cappello di un uomo di colore, alto, magro, giovane, che se ne stava nella penombra di un parcheggio della città, a mettere cinque euro. Non erano niente per me, ma lui si è piegato fino a terra per ringraziarmi. E io da quel momento non ho camminato più, ho strisciato. Da così piegata scrivo queste righe. Se le leggi, se lo ritieni, fanne un aeroplano pure tu.

lunedì 16 agosto 2010

Lo strappo






Caro Tolstoj,

dimmi, che ne stai facendo di Natasha, che ne stai facendo del principe Andrej? Ieri notte, era circa mezzanotte, si sono salutati; lui partiva perché costretto da sua padre a verificare il suo sentimento, e quello di lei, di lei, una ragazzina di 16 anni. Nelle parole tue Tolstoj so che qualcosa di grave di drammatico si prepara. E la pena mi mozza il fiato. A questo punto del romanzo, dopo aver seguito nella vita i personaggi principali fra cui Andrej certo, a questo punto del romanzo dopo averti seguito brava, docile, nei tuoi ragionamenti che sono di una crudeltà e di una violenza unica tanto riesci a mettere a nudo i pensieri, e solo tu in quel modo senza appello, senza se senza ma, io ho avuto ieri sera a mezzanotte una angoscia che non riusciva a stare ferma. La vedevo dilatarsi e io impotente a guardarla. Che farà di te Natasha? Della tua allegria nata da una condizione di vita favorevole, favorevole anche la tua bellezza la tua grazia la tua innata sensibilità; e di te Andrej che ne farà? Ti costringerà a espiare per sempre quella tua subalternità a tuo padre a pagarla millimetro per millimetro. Natasha, ti farà morire di crepacuore; ti farà morire in un matrimonio che solo apparentemente ti risarcirà di un dolore insensato. E che potrà fare Pierre per contrastare tutto questo; chiuso nel suo castello di dovrei e non riesco, una peggiore prigione, te lo dico io che lo so, non c’è. Perché uno che non ha nessuno che lo perseguita alla fine ha se stesso. Contemplo quella pagina dove ho chiuso il libro ieri sera a mezzanotte. La contemplo nella mia testa e so che non ho scampo. Come altre volte mi è accaduto nel libro che è la vita. E quando non ho scampo so che mi trovo davanti a una grande romanzo a una grandissima storia a una voce di narratore che non ha confronti. In quale buco nero mi sono cacciata, in quale dolore. Perché tu soffri, Tolstoj, e ci costringi a soffrire. Sei dentro la vita come un albero che ha radici immense. Nessuno ti può sradicare nemmeno i due secoli di storia che hanno decretato la tua morte. Ma quale morte, il tuo albero fatto di migliaia di pagine è lì altissimo una cupola di rami che copre interamente il cielo su cui salire come scoiattoli a cercare una tana. Come salire come formiche in cerca di una pista dolce. Come salire come bambini inconsapevoli della grandezza di quell’albero. Meglio sarebbe farsi uccelli e atterrare su di te dall’alto per poi perdersi in quella palestra vegetale di rami . Sono ferma sull’orlo di una pagina come il tuffatore sta fermo sull’orlo del trampolino. Prima di prendere la concentrazione necessaria la determinazione il coraggio la bravura pure per affrontare il tuffo pieno di figure che ne seguirà. So di stare lì ma questa volta rispetto alle poche altre in cui è accaduto, l’ultima volta è stato con Qualcuno con cui correre di David Grossman, lo scrivo lo dico lo comunico. Da questo libro non si esce uguali a come si è entrati. Può accadere pure di non uscirne affatto. Io una voce così non l’ho letta mai. Mi rimbomba forte dentro come se lui avesse la voce di un tamburo, i suoi pensieri non smettono di pulsarti dentro e si calmano solo dopo che toccano terra, ma prima devono averti attraversato per intero. Così amici, sappiate se non mi sentite più, che l’ultima traccia risale a pagina …..di Guerra e Pace dell’edizione Mondadori quella con la copertina rigida riservata ai grandi classici della letteratura. Prima del mio tuffo che compirò stasera, voglio ringraziare Agata la mia amica Agata che mi ha stimolato con un gioco bello, ha fatto partire una lettura collettiva di Guerra e Pace questa estate, lo start c’è stato all’inizio di luglio. Io ad Agata voglio bene e ancora di più adesso visto che lei è il tramite di questa irripetibile esperienza di lettura. Ieri notte pensavo al titolo, guerra e pace; siamo nel 1809, io sono nel 1809 a Pietroburgo, la battaglia di Austerliz è alle spalle e io pure ci sono stata con Andrej con Boris con Nikolaj, ma a me sembra che guerra con sia proprio o soltanto la guerra delle armi delle decine di cadaveri per terra morti per un ideale che il giorno dopo non esiste già più, a me sembra che la guerra sia la guerra che tu Tolsoj descrivi in ognuna di queste migliaia di pagine: quella di essere gettati qui dentro: in una storia in una famiglia in una struttura sociale grottesca ridicola vana vanesia, del tutto superflua e su questo superfluo noi costruiamo la nostra vita. Questa tenera formidabile gemma che buca la corteccia dell’oscurità, e il suo vuoto durissimo, più dell’acciaio; questa potenza, questo seme che protegge il mistero più grande come diresti tu, quello della nascita, lo utilizziamo per capire per giocare per allinearci, prima, con questa guerra che è l’istituzione sociale, e poi, la utilizziamo, questa potenza, per difendercene proteggerci eluderla. In entrambi i casi, un mistero sprecato. Tu ci lasci nudi sappilo. Io strappo una pagina dal tuo libro e mi copro. E nel frattempo la leggo. E’ pagina 751.

venerdì 23 novembre 2007
Verità senza peso




Quando un film mi spaventa quando sono in pena per uno dei suoi personaggi mi dico: è un film. E con quella parola magica smantello parte del mio clima interiore; dei sentimenti di paura ansia timore apprensione di cui mi sono nel frattempo caricata. Arrotolo, come si arrotola un tappeto, quel timore perché esso di fatto non occupa uno spazio, è uno spazio solo fantastico e può essere sgombrato. Così non è purtroppo quando leggo un libro. I suoi personaggi sono per me più realistici di quelli della vita che andrò a svolgere fra poche ore. I suoi personaggi sono piantati nel libro con radici enormi che non finiscono certo al mio libro a quello poggiato sul mio comodino. Si sviluppano in tutte le direzioni dello spazio entrano in migliaia, qualcuno in milioni di librerie, sosta ha sostato sosterà su milioni di scrivanie comodini sedie sdraio teli di spugna al mare. I suoi personaggi sono più vivi e vegeti di me. Ecco perché davanti a un libro piango come sulla spalla della mia amica Carmela sbarro gli occhi come li sbarro ammutolita dinanzi a un orizzonte che ha cento colori in quel momento da far ruotare. Davanti a Natasha, adesso a pagina 772 dell’edizione Mondadori io adesso sono in preda a un presentimento oscuro. Già piantato in me circa venti pagine fa dal sapiente maestro, da lui, dallo scrittore, Tolstoj. So che le accadrà qualcosa di terribile durante la battuta di caccia a cui vuole assolutamente partecipare. La giornata è bellissima, il cielo è di un azzurro terso e teso, come arco di freccia. La neve siamo a dicembre il 15, credo, è di cristallo sotto questa luce. Nikolaj, suo fratello ha appena preso accordi con il loro fidato capo caccia di cui però non ricordo il nome: un signore che si muove male e sa di muoversi male nelle case dei padroni perché solo allo spazio lui è abituato e solo a quello risponde la sua vita. Se avessi potuto far arrivare la mia voce ieri notte mentre leggevo quelle pagine oh l’avrei fatta giungere. Ma insomma Nikolaj ma perché non ascolti quello che ti grido dalla mia camera da letto sprofondata sotto il piumino e coperta fino al collo di lana? Tu ascolti invece solo quello che implacabile innamorato e severo ti dice di fare Tolstoj. Uno scrittore combattuto su tutto perché capace di vedere fino all’intimo in ognuno. Occhi così credo non ci siano mai più stati sulla terra. Occhi che rendono superflua qualunque sofisticata macchina che abbiamo costruito per vedere dentro noi stessi. Risonanza magnetica tac radiografia sono strumenti grossolani davanti a occhi come quelli. La cui capacità di dirsi la verità è davvero l’unico potentissimo strumento per avvicinare senza pietà ciò che sembra lontanissimo, e opaco. Se qualcosa avrei potuto su Nikolaj se mai avesse potuto sentirmi, nulla ma proprio nulla avrei potuto su Tolstoj ma neppure se fossi stata sua vicina di casa sua parente prossima chessò la figlia della sorella di sua madre. So che qualcosa vuole dimostrare che sta scrivendo tutte quelle migliaia di pagine indagando nell’intimo di tutti quei personaggi per qualche motivo la cui importanza supera la sua stessa vita e la mia, e quella dei personaggi che il libro descrive e custodisce uno per uno, per nome. E che il loro nome si mischia al mio; adesso quello tuo, piccola Natasha. Rispetto alla tua vita che si ripeterà uguale e diversa nel tempo moltiplicato per decina di migliaia che tu vivi e vivrai attraverso le vite dei tuoi lettori, io posso ancora entrare nella mia e cambiarla. Io sono il mio Nikolaj a cui ieri cercavo invano di parlare io sono il mio Tolstoj io sono te. Così come sono anche il conte Andrei la principessina Maria e il loro dispotico padre esaltato. Io posso, ma solo perché ho una vita sola e nessun altra e la perderò tutta quanta e non come te, come voi, posso cambiare. Uscire fuori come una matta dal solco del mio fiume perché un libro come questo per esempio che è piccolo ma pesa una tonnellata si mette di traverso. E in questo momento anche una piuma potrebbe deviare il mio corso. Il mio fiume è in questo punto e in questo momento dell’anno, un capillare d’acqua. Questa piuma viaggia da centocinquanta anni. E’ arrivata dove doveva. Ci siamo.



lunedì 3 dicembre 2007
POSTA AEREA




Ho lasciato Natasa in lacrime ieri sera. Soffocata dalla disperazione e dal desiderio. La disperazione di non sentirsi più integra dentro se stessa: il suo amore per il principe Andrej messo con le spalle al muro dal desiderio che avverte per Anatole Kuragin. La contraddizione di questo doppio sentimento in cui uno, per discutibile principio, esclude l’altro, la sottrae per sempre al tempo della sua innocenza. Magistrale sempre il modo come Tolstoj costruisce questo tempo di rivelazione. Facendocelo continuamente presagire e poi accadere nella forma più elementare. Natasa si scopre e si sente corruttibile ciò le basta per condannarsi. Una pena vederla sentirla ragionare, anzi, sdragionare. Nessun filtro nessuna barriera fra lei bellissima assai giovane e piena di desiderio di essere di vivere, di affermarsi, e lo scaltro Anatole, che rappresenta e gioca il ruolo dell’uomo bello e libero: anticonvenzionale. Un uomo il cui valore non è il rispetto della società e le sue regole ma l’amore di se stesso; l’appagamento del suo desiderio. Ma Anatole incarna l’adattamento opportunista della società alle regole che essa volta per volta si impone. Come pure sua sorella la bella Helene. Sono figure che vivono pienamente la loro natura sociale incarnando della società il lato nascosto. Incarnando delle regole che tengono insieme gli individui l’aspetto puramente convenzionale. Sono pura forma, la sostanza è tutt’altro. Nulla di diverso da quanto accade adesso. I copioni si ripetono. Solo Natasa sembra essere sguarnita di pensiero. Sconta l’educazione di una donna appartenente a una nobiltà di campagna e che sembra inadeguata a far fronte alla vita che l’aspetta. Tolstoj scrive ogni sera in me qualcosa che mi turba e che ritrovo poi ogni mattina al mio risveglio come un conto aperto come un pensiero che ha bisogno di chiudersi. La mamma di Natasa ripetutamente ci ha manifestato la sua apprensione per questo fidanzamento con il principe Andrej. Vi trova qualcosa di innaturale. Certo la differenza dell’età ma più di tutte la distanza immensa di maturazione fra un uomo duramente acculturato capace di sostenere la solitudine e il dolore e l’ingenuità la semplicità l’immediatezza come un colpo in una canna di pistola sempre carica, che è Natasa. Una ragazza che ha bisogno per la sua età per la mancanza di prospettive a cui la sua società la condanna di continui stimoli continue emozioni dentro il cerchio di vita a lei consentito. La casa le passeggiate a cavallo le visite ai vicini i balli nelle città. Se le scrivessi una lettera tu, Tolstoj, gliela recapiteresti? Sarebbe un bel colpo di scena, che stasera mentre Sonia e Natasa discutono perché Sonia ha trovato la lettera di Anatole, che arrivasse un domestico con una lettera assai diversa da quella che lei è abituata a ricevere perché è scritta a macchina perché porta un francobollo e un timbro e un indirizzo dietro di una persona che lei non conosce che vive a Lecce e dov’è.



Cara Natasa
Avevo ventitre anni o ventiquattro quando Catia la mia amica mi consigliò di leggere Dona Flor e i suoi due mariti. Erano gli anni in cui si discuteva quanto come e se ci potessero essere relazioni a tre. Capita sai qualche volta di essere innamorati, meglio, di sentirsi innamorati di due persone diverse. E sono diverse veramente. Uno è dolce affettuoso tenero; l’altro rompe gli argini non spetta le risposte non tollera le distanze. Uno ti dà tempo l’altro te lo ruba come un predatore. Uno ti fa crescere l’altro ti sottrae agli altri. Ma quello impaziente mette nel legame quel desiderio di te di cui ognuno ha bisogno per sentirsi vivo. Catia mi fece leggere donna Flor per abituarmi a tollerare questo bisogno questo desiderio di avere più vite, più biografie. Per accettare che non siamo una persona sola che non siamo fatti di un unico pezzo. Che abbiamo bisogno di sicurezza e abbiamo bisogno di lanciarci nel non conosciuto. E donna Flor mi insegnò a non distruggere un legame con l’altro e Catia a gioire ogni volta che un battito d’ali atterrava sul mio cuore. Ma se tu potessi leggere donna Flor non saresti più Natasa e ti dirò non ci sarebbe neanche Guerra e Pace il grande romanzo dentro cui vivi da oltre 100 anni e io da quasi quattro mesi. Le storie raccontano gli anni e le culture e le persone spesso contemporanei a chi le ha scritte. Spesso il romanzo è il modo che una persona si dà per tenere insieme cose tanto diverse, una città un fatto caratteri molto dissimili destini a ventaglio che però convergono in un unico punto a un certo momento. Dentro il libro convergono anche le vite e i tempi del lettore. Convergono senza poter fra loro comunicare. Tu puoi comunicare con quelli che stanno con te nel libro e spero che lo farai e lo faranno. Io posso immaginare di comunicare con te. Voglio dirti non mettere i sentimenti l’uno contro l’altro. Ascolta, mi ha adesso telefonato il mio amico Franco che cos’è il telefono oh uno strumento incredibile che se vivessi adesso ti consentirebbe di sentire il principe Andrej in tutti i momenti anche in quelli meno opportuni. E la tua voce si perderebbe in un inessenziale. Perché è vero che adesso una donna ha prospettive di crescita di affermazione di sé e una libertà mai accaduta prima ma è vero che noi scontiamo un vuoto una mancanza di sentimenti e anche un livellamento dell’esperienza che ci ha resi poveri. Alla fine della lettera mi tocca ringraziarti perché il tuo turbamento e la tua sofferenza e la vergogna di te ma anche la felicità di te rompe come una diga che non ce la fa a contenere più il suo invaso e invade tutto. Mostrami ancora ciò che la tua vita custodisce come uno scrigno che qualcuno con destrezza con malinconia con un sentimento rapinoso e furtivo sta aprendo. E’ Tolstoj vestito da Anatole.




Martedì 11 dicembre 2007
Il bacio del lettore




Da moltissimi giorni ormai Natasha si è addormentata sfinita sopra la lettera che le rivela la fragilità del suo amore per il principe Andrei. L’ho lasciata in quella posizione da tantissimi giorni. Il lettore ha questa prerogativa che è solo delle fate, dei maghi: operare sospensioni tenere in un incantesimo le vite raccontate nei libri. Potrebbe dormire per chissà quanti anni ancora Natasha e non svegliarsi mai più. E non sapere mai cosa sarà del suo amore per Anatole che sposta tutto il mondo conosciuto in un precario e forse già perduto equilibrio. In cui anche lei andrà a perdere il suo. Non ti ho svegliata amica mia in tutti questi giorni forse per lasciarti ancora un po’ tranquilla nel tuo sonno profondo. Stasera non più tardi di stasera farò come il principe che trova la bella addormentata nel bosco. Peccato che lei svegliandosi gli dirà: no, non ti amo.



20 dicembre 2007
Il principe Andrej, la tosse e il barone Arezzo. Stanotte a Ragusa Ibla.




A Ragusa Ibla lui muore. Questo romanzo che ho cominciato a leggere a luglio dell’anno scorso sta per concludersi, ho aperto proprio ieri sera l’ultimo libro, il quarto. Mosca sta bruciando, Pierre è stato risparmiato dalla fucilazione per lo sguardo carico di umanità che è riuscito a stabilire con un generale francese ma la descrizione della fucilazione sono pagine di orrore e di pietà per tutti, vinti e vincitori. Ha incontrato da poco il suo compagno di priginione, quel meraviglioso ritratto d’uomo che è il piccolo falco. Natasha ha rivisto il principe Andrei e lo veglia senza risparmiarsi. Stamattina presto mentre io non riuscivo a dormire per la tosse che mi sta tanto provando in questi giorni, la sorella del principe, Maria, ha deciso di mettersi in viaggio e di raggiungere il convoglio dei Rostov insieme ai quali viaggia suo fratello. Sono pagine di una forza immensa, i sentimenti sono scale ripide che Tolstoj scende e scende e dici, si fermerà, mentre lo segui e piangi. Andrej sta morendo si sta staccando dal desiderio della vita dal desiderio dell’amore per Natasha perché un amore più grande e più stabile, così ci dice Tolstoj ha compreso in questa sua condizione così a ridosso della morte. L’amore per lei e la tenerezza che ne prova è solo una scheggia uno sfrido un truciolo direbbe lui, sfuggito alla lavorazione di quell’amore più grande che non comprendiamo e non avvertiamo perché la paura della morte ci fa da barriera, da muro, e quell’amore sta oltre. Mi accomiato anch’io così da lui. Da lui quando ero piccolo e pieno di tenerezza da lui che si chiede perché la sorella si disperi pensando a suo figlio orfano a sette anni, se è Dio stesso che pensa a ognuno di noi. Adesso questo non è più un libro ma un breviario, un libro di preghiere. A Ragusa Ibla davanti a un frigorifero che mi ricorda quello che stava a casa della nonna di Sergio, un vecchio Zoppas anni 50 che però a me sembra una riedizione moderna di quello, io sciolgo le vele del principe Andrej e di Natasha e di Maria e pure di Sonia, schiacciata la vita da un debito che non si può estinguere perché ogni giorno aumenta a dismisura. In questo guscio di casa dentro questa conchiglia spiraliforme così com’è piena di scale ripide, eleganti, di pietra pece dalle belle striature marroni e ogni gradino inserita una margherita dai petali rosso scuro, di questa casa conchiglia io sono il paguro. Me ne sto sola adesso, la tosse di stanotte mi ha impedito di uscire prendere freddo. E questa solitudine so che mi guarisce più di ogni medicina. So e adesso con una forza no, con un evidenza che non ho mai avvertito prima, che ho bisogno di isolarmi. Ho bisogno di stare solo sola, fra le cose, con esse. Cosa anch’io. Un bisogno vitale che se non soddisfo mi fa stare a disagio insicura incerta piagnucolosa. In questo periodo ho molto dato, molto molto fatto uscire da me: preoccupazione tensione paura e soprattutto sono stata sempre con tante persone. Tanti bambini tante aspettative. Lasciatemi stare un po’ per me. Mi nutro di qualcosa che io stessa fabbrico quando sto sola. Forse la capacità di tenere ferma con mano ferma con polso fermo un pensiero e costruirgli intorno un abito con cui presentarmelo. Così vestito il pensiero mi fa da spalla da punto d’appoggio e io non cado non cado mai. Ho bisogno del silenzio per fare entrare il pensiero l’attimo di commozione di pena in un processo di trasformazione da cui ne esce e io con lui, fortissimo. Forse perché trasformato abitato indossato può essere comunicato messo in comune. E a quel punto l’amore che me ne viene dagli altri mi aiuta a sentirmi forte. Ma oh Teresa, se anche tutto questo finisse qui, se anche tu avessi abitato il tuo pensiero per te soltanto, vestita e svestita davanti allo specchio che poi tutti dimentica, sarebbe stato bello lo stesso. Ho compreso qualcosa. Sono ricca di una parola un pensiero una frase compiuta, un frammento di storia di un altro che si è incrociata chissà come e perché adesso qui con me. Lontano da casa. Vicina a quel castello di Donna Fugata che abbiamo visitato ieri. Le stanze dove ha abitato nella seconda metà dell’Ottocento il barone Corrado Arezzo, un uomo appassionato di botanica, senatore della Repubblica Italiana, il cui giardino contiene specie rare fra cui la ormai quasi estinta Palma felix, quella che ha il tronco incurvato per consentire alle feluche in sosta sul Nilo di attraccare, e quel grattacielo vegetale, immenso albero di ficus elastico, che arrivò col piroscafo duecento anni nel porto di Catania, direttamente dall’Australia. Sulle sue foglie il barone incollava un francobollo un indirizzo e lo spediva ai suoi amici in Europa per invitarli qualche settimana nell’agro di Ragusa; sulla strada, una successione di basse colline di pascolo e di carrubi, che congiunge quella a Comiso e dove lui arricchì la dimora estiva di famiglia, con un prospetto ingenuamente regale. Quattro ricci ornano il suo stemma, sono animali coraggiosi e intuitivi ma nulla possono ormai contro le visite guidate e gratuite, pretese dalle scuole, 50 studenti che affollano le piccole stanze decorate di fine carta da parati e innumerevoli poltroncine dalla tappezzeria uguale a quella. Quei quattro ricci nulla possono contro il desiderio di Alvaro di sollevare il cordone pesante, rosso broccato, che separa l’area visitabile da quella riservata. La vita, un meccanismo enorme complesso e gigantesco travolge lo stemma del barone Corrado, non il suo albero di cartoline mai spedite. Aspettano che io ne stacchi una e te la invii. Sul francobollo la sagoma della Sicilia, questa terra che mi ricorda con la sua povertà, la modestia la semplicità delle abitudini di vita, soprattutto nelle vie subito dopo il centro e i centri subito dopo quello segnalato sulle guide, la mia infanzia. Qui ancora sopravvive l’amore per i figli la famiglia e il timore di Dio. Non so se questo abbia a che fare con la mafia, forse, ma anche con altre direttrici della storia che sono la bellezza delle tradizioni dei luoghi la loro pulizia e il sorriso di ospitalità che te ne viene. Sta a me, mentre spedisco la carlina inumidendone i margini gommati di questo francobollo, tenere a mente quello che io posso lasciare come traccia di me in questi giorni, oltre alla tosse all’ultimo libro, il quarto, di Guerra e Pace e alla fatica da smaltire. Forse ho già cominciato a guarire.





19 marzo 2008, Ragusa Ibla. Sicilia meridionale.

giovedì 18 marzo 2010

la gabbia di chi


c'è un canarino sulla strada che percorriamo, nei giorni di grande bravura, io e Alvaro quando lo accompagno a scuola. Negli altri giorni che già male cominciano, andiamo in macchina. In questi giorni, in questo periodo, lui o lei? Canta sempre. Canta mentre le macchine gli passano veloci di fronte, senza udirlo. Intorno a lui che sta appeso in una gabbietta sul muro esterno di una abitazione al piano stradale, tutto è normalmente brutto. Una normale, brutta, periferia. Di quelle che ci sono a cloni, in valanghe di luoghi. Eppure lui canta. O lei. Perchè. Non può farne a meno. Lui, lei, non canta per essere udito da me, che ci passo solo nei giorni belli, nè dalle macchine che gli passano accanto senza neppure vederlo e per giunta intossicandolo di idrocarburi, canta perchè non ne può fare a meno. In questa necessità io vedo una somiglianza con la mia vita. Dolorosa inaccessibile inesplicabile più di tanto. Perché è il suo canto in gabbia e in quella sua solitudine e con quella periferia brutta intorno a lui che mi consente di “vederlo” . Anche i passeri e le cincie e il pettirosso cantano. Ma chissà perché il loro canto non si apre in me lo stesso varco che quello di quel canarino compie. Come una lama lui mi apre a una verità. C’è qualcosa c’è qualcuno a cui il suo canto, pur in quelle difficili ostili insensate condizioni, risponde. Si leva. E’ in lui o fuori? E’ una domanda inconcludente. C’è qualcosa che lo sopravanza, che lo sorpassa e lo include,  a cui risponde. O che invece interroga. O con cui forse semplicemente dialoga. Lui dice Buongiorno, eccomi qui, sono vivo, perché non può farne a meno. Mettendo a disposizione per dirlo l’unico strumento che ha a sua disposizione. L’unico dono. Sembra una fesseria ma prova a rifarlo tu il suo canto, non ci riuscirai mai tale è la sua bravura. Una creatura così piccola, potrebbe starmi nel palmo, con un dono così straordinario. Un dono di cui non si vergogna, che non giudica che non lo mette in conflitto che non censura. Io lo vedo in gabbia, la sua voce è libera.

domenica 28 febbraio 2010

lo scrittore dei fantasmi

Cita Marleau Ponty su Cezanne. E cita Marx, L’ideologia tedesca: un fantasma si aggira per l’Europa. Oltre 800 volte ricorre questo termine, fantasma, nell’Ideologia tedesca. Tanto che a un certo punto dice: “fantasma è una parola politica”. Nessuno di noi che ascolta Beppe Sebaste chiede chiarimenti su questo oscuro passaggio. Non tutto si raccoglie non tutto si intende chiarire. Lo scrittore seduto di fronte a noi, sulla sedia rossa, vera identità, icona, del Fondo Verri di Lecce dove si svolge l’incontro con lo scrittore organizzato da Mauro Marino dal suo Presidio del libro, comincia leggendo un breve racconto dal suo ultimo libro, Oggetti smarriti. E’ la fotografia di una città, quale?, il quindici di agosto. Lui seduto su una panchina, Panchine è anche il titolo ricorrente di un suo libro precedente, la guarda come la guarderebbe un filosofo, un filosofo fenomenologo. Uno che non da alcuna cosa per scontata ma la osserva come se la vedesse per la prima volta e in quel guardare, per conoscerla, chiama a sé i suoi sempre incompiuti saperi. Li confluisce dirotta su quell’oggetto, quella cosa, quella persona; quel paesaggio. Tutto di sé in quello sguardo sull’oggetto a cui taglia la storia precedente e ignora la successiva, per concentrasi esclusivamente in questo istante: in questo me e questo tu che ci fa vivere perchè ci fa conoscere. Nessuno di noi, una ventina di persone credo, qualcuno di più, gli ha chiesto sulla sua formazione; ma che lui abbia una formazione filosofica per me, a distanza di due giorni, è proprio evidente. Anch’io ho studiato filosofia, a Bari, con Ferruccio vattelapesca, assistente di Giuseppe Semerari, nel 1980. Ci fecero leggere Husserl e si nominava spesso Enzo Paci, il filosofo italiano che più ha contribuito a questi studi sul guardare e sulla relazione di conoscenza reciproca che quel guardare produce. Perché il passaggio più affascinante della fenomenologia è che l’oggetto pure ti guarda. Anche Beppe Sebaste ha studiato fenomenologia, non me lo ha detto nessuno, mi azzardo a dirlo io, perché gli indizi sono troppi e troppo vicini i nostri anni. Lui è nato nel 1959, a Parma. E ha studiato certamente lì o a Milano, la città di Enzo Paci se mi ricordo. Mi fa credere anche che lui abbia una formazione filosofica il fatto che si occupi di traduzioni, di una lista di nomi che ho scorso mi resta l’unico che conosco, Jean Jacques Rousseau. Il ‘700, è il secolo a cui si ispira negli ultimi anni, da quando è occupato a scrivere un romanzo, una storia di pura invenzione che ha a che fare con i fantasmi. Dei suoi libri precedenti, di quelli già pubblicati, cita a un certo punto con particolare affezione, HP l’ultimo autista di Lady Diana. Ha un tono, un modo sbrigativo che dice senza dirlo che se un libro, fra tutti quelli che ha scritto ci dovesse consigliare di leggere, sarebbe quello. E invece esplicitamente ci consiglia un libro di Philipp Kerr però non si ricorda il titolo e anche La cupola, The Doom, di Stephen King. Un libro che descrive passo passo, centimetro dopo centimetro, come si costituisce una organizzazione mafiosa. Per noi due, tre, quattro, sì cinque volte istruttivo, è il libro specchio di noi stessi, della nostra Italia. E poi cita, me lo appunto sul quaderno nella penombra del Fondo Verri e chissà se riesco a decodificare adesso la mia scrittura, ecco sì, Kafka on the beach, l’autore porta un nome giapponese. Poi il passo del suo dire inciampa su Giorgio Messori, e ci fermiamo. Lui abbassa un po’ di più la testa; si fa intimo, più spoglio nelle parole: Viaggio in un paesaggio terrestre, dieci ritratti di luoghi, è un libro che consiglierebbe a tutte le scuole. Ai maestri, agli alunni. Giorgio Messori? E chi è, il nome qualcosa mi dice e mi muove ma appena appena; troppo poco per smuovere qualcosa sia pure dal fondo melmoso della memoria. Qualcosa che non si aggrappa a niente se non adesso a un titolo di libro da andare a cercare come in altri tempi hanno cercato una pepita d’oro. Ci saluta Beppe Sebaste leggendo un altro racconto, la sua voce si avvolge a spirale a chiudere a proteggere a isolare per sempre la storia da se stesso e da noi che la ascoltiamo. La voce si fa casa e si chiude intorno al racconto accorato, intimo, emozionato, di un incontro d’amore. Una prostituta russa a cui regalò una giornata al mare. Lei, bellissima salta sulle onde e si volta verso di lui e di noi col suo costume di fortuna. E’ la prima volta che ascolto una storia che ha il chiaro intento di non appartenermi, di non esistere, di scomparire appena letta. Così dice il vero, quando scrive di non averla scritta.

giovedì 25 febbraio 2010

nuovo ancoraggio



http://www.anobii.com/teresaciulli/books

domenica 28 giugno 2009

mercoledì 18 marzo 2009

il cappello sulla mia testa


il design sociale, e che cos'è? E' un nome, arbitrario certo, imperfetto certo, che ho messo come un cappello in testa a tutte le cose le attività i progetti che ho fatto negli ultimi cinque anni. Per caso in questi ultimi due mesi, poichè partecipo con due attività il 28 e il 29 marzo ad ArtWoman09 presso il Castello Carlo V a Lecce, mi sono trovata lanciata in questo processo di dare un nome a ciò che ho fatto, tanto, tantissimo soprattutto per l'impegno e l'entusiasmo che ci ho e ci abbiamo messo. Come ho scritto non mi ricordo più dove, è cambiata la scala di realizzazione del mio pensiero della mia visione. Prima era tutta consegnata, nell'attimo in cui essa si manifestava, nel perimetro del mio tavolo di lavoro, un quadrato due metri e mezzo per due metri e mezzo. Negli ultimi anni invece essa è solo l'incipit, l'inizio di una avventura che coinvolge altre persone oltre me, che da quella porta iniziale si inoltrano in una esperienza che andiamo a fare esistere con la motivazione l'entusiasmo il desiderio collettivo. Alla fine di questa esperienza abbiamo costruito una storia che prima non c'era e adesso c'è. Ho sempre raccontato storie, sempre unito l'immagine alla parola: cervello destro e cervello sinistro. Io vivo su quella confluenza sono nel ponte che unisce i due emisferi. Là compio me stessa, nel corpo calloso della mia testa. Negli ultimi anni invece le storie le inseguo insieme agli altri, in un gruppo. E' cambiata la scala di realizzazione dell'idea; dell'immagine della visione. Un designer è uno che fa un prototipo in cui la funzione di un oggetto è enfatizzata al massimo e incarnata in una inedita forma estetica finale, e quello è l'inizio anche di una nuova dimensione dell'oggetto, una nuova maniera di viverlo e usarlo: cambiandone il legame antropologico. L'oggetto viene così, dalla sua industrializazione, come ribattezzato daccapo, gli viene data una seconda vita, una seconda biografia, un altro destino. Anche io uso l'arte come mezzo per un fine che non è più solo artistico: la memoria, la malattia della letteratura, l'abbattimento delle barriere; quelle che separano i piccoli dai grandi i malati dai sani. L'esisto finale sono dunque azioni complesse che riesco a portare a termine solo perchè le faccio insieme ad altri. Nutrendomi e facendo entrare in sinergia, dentro un circolo virtuoso, gli entusiasmi le motivazioni l'amore per la bellezza, le professioni. Ho lavorato molto nell'Istituto comprensivo di San Donato di Lecce con insegnanti che hanno un grande amore per il loro lavoro, cinque parole ormai in disarmo come una nave a vapore, e fra loro certo Clara Russo che ha una innnata capacità, da vera maestra, a tirare fuori il meglio da ciascuno e non scherzo se dico che lo ha fatto e ogni volta che le capito a tiro lo fa anche con me, e io ne sono felice perchè sempre abbiamo bisogno di una fune per tirare fuori dal pozzo l'acqua e se le funi sono due ci bevi per un mese intero. E poi collaboro dall'anno della sua fondazione con il Presidio del libro e oggi anche Associazione culturale Germinazioni, ovvero con Valentina Sansò e con il gruppo dei lettori del Centro di riabilitazione psichiatrica del CIM di Lecce. Valentina è l'altra persona che riesce a tirare fuori da me l'impensabile, perchè lo tira costantemente fuori da se stessa a trecentosessanta gradi di creatività. Credo che con loro, con queste belle figure di donne di professioniste di esseri umani condividiamo lo stesso bisogno: trasformare cambiare la realtà, trovando una corda abbastanza potente, perchè invisibile e nessuno nemmeno noi la possiamo più tagliare, per agganciare l'immaginazione in mezzo a noi. Come un dirigibile in sosta sul prato laterale, quello vicino alla rete di recinzione, di fianco a quella chiesa romanica con il portone di legno sempre aperto, dove ci sono mosaici la cui bellezza non immagini. Se ti capita di passare da lì fermati e stupisciti.

post scriptum:
cara Beatrice Alemagna ti ringrazio del merlo che ho potuto mettere sul mio cappello giallo, quello che ho trovato nel tuo bellissimo libro in francese un e sept che ho comprato anni fa in quella meravigliosa libreria di Bologna che si chiama Giannino Stoppani. E ringrazio anche Sara Leo, altra meravigliosa figura di maestra di donna di mamma di pianista che mi rende possibile in questi mesi un viaggio nella creatività insieme a lei alle sue figlie ai miei figli. Quel merlo è uno sfrido di lavorazione di un nostro pomeriggio di tastiere: quelle del piano e quelle della tavolozza. E "the last but not the least" ultimo ma non meno importante, la necessità di raccontarmi agli studenti dell'ultimo anno del Liceo di Fasano. Quante storie dentro un cappello che vola. Certo, altrimenti non potrebbe.

giovedì 12 marzo 2009

domenica 22 febbraio 2009

Storie di traverso


Ci sono cose ci sono persone che riescono a mettersi di traverso su una porta, e non farla chiudere mai. Dico per sempre, mai. Magari è solo un piede che riescono a infilare in quel battente, magari solo quello, o forse l’angolo del loro cappotto o della gonna, un piccolo spessore sufficiente a non far chiudere quella porta. Mai, per sempre aperta. E da quell’interstizio, da quel varco che quei coraggiosi, quegli eroi loro malgrado riescono a tenere aperto, puoi vedere tutta la storia del secolo scorso e riflettere. Attraverso loro guardare la incredibile complessità della vita delle esperienze delle vicende storiche del Novecento. Che non è vero che le abbiamo alle spalle. No, davanti le abbiamo. Finchè non avremo risolto in noi le ragioni che hanno portato comunità, paesi, nazioni, ad annientarsi reciprocamente. Come è potuto accadere è la domanda. Da quella porta aperta la domanda va e viene e non si chiude mai. In questi ultimi mesi ci ho riflettuto attraverso la lettura di Etty Hillesum che offre di questa catastrofe della civiltà una chiave di interpretazione davvero rivoluzionaria. Lei ebrea, lei offesa e perseguitata, non ha nutrito il male ma il perdono; il bene, l’ammirazione per come degli uomini, per quanto impreparati fossero, riuscissero a sopportare il dolore. Il dolore è per Etty la soglia che tutti dobbiamo varcare per diventare persone, una soglia che per lei ha avuto nella Storia tanti nomi e che nel Novecento ha preso quello dello sterminio di massa. E’ come ti poni davanti al dolore, è come lo vivi, come ti mantieni libera nonostante esso, che fa di te un uomo, una donna. Lei non cercava carnefici fuori di sé, cercava di tenere a bada il male dentro di sé. L’ha legato, addomesticato, se lo portava al guinzaglio; lo ha portato fino ad Auschwitz legato così: come un cagnolino. Più di farmi a pezzi non potranno, appuntava nel suo diario. La morte è un episodio della vita del corpo che non coincide con quella dello spirito. La morte dello spirito è il peggior male che possiamo contro noi stessi. Perché non sono gli altri, mai, a offenderti in quel luogo così tanto profondo, intimo, irraggiungibile. Non ha odiato nessuno ma ha amato smisuratamente il suo passaggio terrestre. Anche il campo di lupini, viola, oltre il filo spinato, a Westerbork, che guardava insieme al suo amico Joopie. Ieri, un’altra vicenda ancora su quegli anni, un film, The Reader, del regista inglese Stephen Daldry. La storia di un ragazzo tedesco di quindici anni che conosce nel 1958 una donna venti anni più grande. Si amano come possono amarsi due vite che stanno dentro l’assoluto. Quello della giovinezza e quello della colpa. La storia d’amore dura un’estate poi lei scompare. Il ragazzo la ritroverà per caso, imputata in un processo contro i colpevoli dell’Olocausto. Lei è accusata di omicidio e favoreggiamento. Durante il processo si difende facendo appello ai suoi compiti, al ruolo, al lavoro di sorvegliante per cui era stata assunta. Che doveva svolgere privandosi dei sentimenti pena il caos. Un professore di diritto che segue con i suoi studenti questo processo, e fra loro c’è il ragazzo della storia d’amore, suggerisce che le società vanno osservate non sotto la lente della morale ma sotto quella della legalità. Senza spaventarsi davanti alla crudeltà e ai paradossi che questa riflessione genera. Ci sono contesti, tempi storici, politiche, in cui è legale un comportamento che invece sotto il profilo della morale è delitto. La donna non ha ripensamenti, la donna non nutre sensi di colpa: lei ha eseguito un compito così come le era stato assegnato. Pare non cogliere la gravità. E’ apparenza, è un controllo inverosimile su se stessa che forse le consente altre forme di controllo. E’ lei che si condanna al carcere scagionando le altre cinque sorveglianti che, come lei, avevano avuto lo stesso ruolo nei fatti di cui è accusata. Sul ragazzo che conosce la verità di quel gesto di cui lei si auto incolpa, pesa la scelta, che si rifletterà nell’estensione della sua vita, di averle lasciato la libertà di annientarsi. Per un giovane studente di legge è un gesto di una solitudine che ha mille anni già compiuti. Più tardi lui la cercherà la aiuterà a compiere un cammino, aiutando anche se stesso in una forma che mi ha lasciato i lividi sul cuore. Il bene e il male non stanno divisi. Sarebbe troppo facile se fosse così. Basterebbe un bisturi e un buon chirurgo e si toglierebbe via quella parte che non va. Non bella; non buona. E invece i giudizi di valore che nascono dentro le società, e le civiltà, non consentono e meno male, che si formino due metà così contrapposte. Se tu tagli il male da qualcuno ne tagli anche il suo bene. E anche al contrario funziona. In cosa sperare allora. Etty diceva che le persone nascono con una età dell’anima. L’età dell’anima è diversa dall’età biologica. Non solo. Essa resta sempre quella. Una intuizione affascinante; accende una luce per leggere dentro di noi e sugli altri. Il ragazzo che ha amato quella donna è nato con una età vecchissima. Come la donna stessa. Due anime millenarie che si sono incontrate nel 1956 e lasciate nel 1995, attraversando il secolo più oscuro di tutti. Nell’amore per i libri nell’aver imparato a leggere c’è, io la intravedo, la chiave di lettura di questo film che nasce da un romanzo scritto da un giudice tedesco, oggi professore di diritto a Berlino, Bernhard Schlink, che ha la stessa età dei protagonisti della sua storia nel momento in cui essa finisce di essere scritta. In quel piede che qualcuno: una donna fuori misura come Etty, due ritratti umani usciti dalla penna di un grande narratore, in quei piedi, sono tre, li vedo, due di donne, e sono scalze, e uno di ragazzo, porta i calzettoni, in quei piedi che evitano che si chiuda quella porta che rappresenta il Novecento sta il dono che mi sopraffà. Posso ancora entrare là dentro. Nella culla della storia. E’ piena di neonati e di morti e un amore immenso fluisce verso di me. Sta chiuso in una scatola di latta, vecchia. La scatola perduta da una bambina ebrea al campo. Cinquanta anni dopo le viene restituita. Non è la stessa. Ma ci somiglia. La poggia vicino a una vecchia fotografia in cui una grande famiglia stesa su un prato sorride a qualcuno: sono felici. Quella scatola è l’ultimo oggetto terrestre di Hanna, dentro ci sono tutti i suoi pochi soldi, tutta la sua vita. Adesso che è vuota si vede.