metto a posto la cartella di maestro di Gigi Gherzi, ha provato Lezione di classe qualche giorno fa, in provincia di Milano. Mentre guardo veloce i fogli su cui gli spettatori appuntano i loro pensieri, sono catturata da una scrittura larga, che prende molto spazio: non ha paura di scrivere questa mano.
Leggo:
La chiamavamo Singer
come la macchina da cucire
forse perchè cuciva i pensieri ancora sparsi
i giochi
le bugie del mattino
So che oltre a noi, sue prime allieve,
amava moltissimo le rose.
Dicono fosse maestra di innesti -
nuove gemme in antichi rosai-
A volte ho l'impressione di sentirne il profumo.
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lunedì 28 marzo 2011
martedì 22 marzo 2011
giovedì 4 febbraio 2010
la voce della verità

la sera, dopo aver concluso il nostro laboratorio a Trinitapoli, dopo aver portato a termine il viaggio sulla pagina che José Saramago ha dedicato nel suo blog a Rosa Parks, ora nel libro edito dalla Boringhieri, Il Quaderno, solo allora, prima di spegnere la luce di quel lume a luce rossa che avevo alle mie spalle, nel divano letto dove ho dormito, il centro di lettura GlobeGlotter ha al suo interno una stanza per gli ospiti, solo allora ho capito che il mio viaggio, che ora è il nostro, era consistito nel dare un involucro, una corazza, di carta e di pagine cucite con le memorie e con le conoscenze, alla voce di Rosa. Quello era stato l'incipit del mio viaggio: aver ascoltato per puro caso la sua voce, quella di Rosa Parks, in una bellissima trasmissione a lei dedicata su Radio3, Uomini e profeti. E quell'emozione, immensa, provata nell'essermi imbattuta in una entità così fragile così caduca come la voce umana, che pure accade dal secolo scorso di rimanere impigliata da qualche parte, quell'entità, quel pesciolino d'oro rimasto nella rete degli immensi archivi delle spaventose biblioteche, quell'emozione di essermene imbattuta, perchè il labirinto della documentazione è talmente vasto che difficile è trovare, mi ha lanciato una corda da così lontano che non ho potuto tenere le mani in tasca: l'ho stretta. Il libro di artista che ho prodotto e poi completato a Trinitapoli insieme ad Amedea, Rosa, Enzo, Marta, Antonia, Titti, Elena, Maria Pia, Gabriella, Maria, Melody, Marìlia, Francesco, Maria Riccarda, Grazia, Vittoria, Mino, Pasquale, Assunta, Ada e per un segmento con Dora, altro non è stato che solidificare con una colata di inchiostro la corazza delle memorie mie alle vostre, e delle conoscenze mie con le vostre, tessute insieme e cucite ora in una forma, il libro, che senza di quello l'inedito il nuovo che l'arte manifesta, si smarrirebbe. Una corazza per proteggere e lasciarvi il dono per me più grande di tutti, la voce di Rosa. Devi attraversare adesso, oggi, nella Biblioteca di GlobeGlotter dove il libro sta, in Via Staffa 4 a Trinitapoli se vuoi sentirli prima chiama 0883 634071, la sua nuvola di storie, entrarci a capofitto senza temere di perderti; nessuno di noi si è perduto anzi, io addirittura mi sono trovata, e mettere le mani in quelle tasche perchè la sua storia ne contiene altre, e percorrerlo, sfogliando le sue pagine panciute per arrivare a prendere laggiù, sul fondo, quella scheggia piena di luce che brilla. Non provare ad afferrarla con le mani, solo con l'orecchio puoi avvertire per il suo breve minuto e mezzo di ascolto un brivido di luce. Non si possiede Rosa: si vive.
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domenica 5 aprile 2009
Due erbari

Scrivo stamattina su una pagina di word. Non voglio entrare a scrivere direttamente nello spazio del blog. Ho bisogno di un silenzio più forte per far scattare la chiave arrugginita, antica, nella serratura della cassaforte del pensiero. C’è un libro, bellissimo, che ho visto con la coda dell’occhio, subito dopo Natale nella vetrina, in alto a sinistra, ultimo scaffale, di una nota libreria nel centro storico di Lecce. Colsi allora, faceva freddo, eravamo usciti dal cinema, solo il titolo, Herbarium e l’autore, Emily Dickinson. E poi il formato. Uno stupefacente A3 tutto rilegato come se fosse appena uscito dalla legatoria del signor Sardone. Ci ho messo forse due mesi per tornare con calma, prendendomi una mattina, in quella libreria a cercarlo. E’ stata una ossessione. Pensavo a quel libro e alle meraviglie che poteva contenere ma non riuscivo a vincere il pulviscolo delle cose da fare, non si poggiava mai quella polvere. Emily Dickinson è una delle mie amate poetesse. Di lei amo che aveva custodito le sue poesie gelosamente, in una scatola di latta, là alla sua morte hanno trovato i suoi fogli in forma di raccolte cucite a mano da lei stessa. E decine di fogli e lettere di vario formato. In una scatola di latta sotto un letto c’era una galassia intera, la via lattea, che una mano sapiente aveva saputo proteggere e contenere in uno spazio tanto piccolo da sembrare innocuo. Emily attraversa la vita tagliandola da parte a parte ma di quel taglio nemmeno una goccia di sangue si versa, solo stupore e silenzio: a cui le parole delle sue poesie hanno dato la giusta forma. I versi sono pieni di nomi di fiori e di insetti da giardino. E’ un giardino di pensieri che sono proprio certa, è il giardino del Paradiso. Quello stesso che ho trovato dipinto e cucito con fili d’oro nelle stole del 1700 che Padre Giuliano recuperò da un angolo abbandonato del Convento dove ha vissuto gli ultimi anni della sua vita, San Francesco a Lequile. Mi ricordo la meraviglia che ho provato quando lui mi mostrò tutte quelle Pianete, così si chiamano, che aveva recuperato dalla sepoltura in un brutto cellophan che precludeva al loro congedo. Li ha dissepolte e portate in lavanderia e poi le ha appese e catalogate una ad una. Insieme erano e sono, dove sono adesso? un libro di preghiere, un libro di poesie, l’inizio di uno spaesamento ipnotico che porta dritti al cospetto di dio. A lui, a dio io chiederei subito adesso, come sta padre Giuliano? dove sta? Ma so che farei meglio a chiedere a padre Corrado, che è stato suo confratello, di salvare quelle pianete e sistemarle nella Biblioteca Caracciolo nel Convento di Fulgenzio così che tutti e anche io di nuovo, possiamo ammirarne lo splendore. Così come della Dickinson puoi risalire in quell' herbarium al gesto che recise il fiore. E’ il gesto della mano di una donna che ha abitato sulla terra un giardino non terrestre. E’ verde cupo, e pieno di foglie a sbalzi la copertina di quel suo quaderno, la copertina da sola ti ruba il fiato; e quello che si manifesta nelle pagine seguenti certo non contribuisce a restituirtelo. Sei in apnea davanti al suo libro pieno di scissioni di resezioni di nomi appuntati con grafia piccola e ossuta sopra lo stelo disseccato di un ramo uno stelo una escrescenza vegetale. In apnea studiando la puntigliosa ingegneria cartacea che ha portato Emily a tenere i fiori ben fermi sul loro supporto. Numerosi sono infatti i sottilissimi ponti di carta che lei incolla fra un lato e l’altro di quella foglia fiore stelo. Ancoraggi terrestri per una materia soprannaturale come sempre un fiore è. La sostanza di un petalo ha la stessa magia della nuvola di vapore acqueo, del raggio di luce che il sole ci invia come un regalo sempre immeritato al mattino. Queste barche vegetali sono sono giunte a noi da una navigazione durata miliardi di anni nel Cosmo; e questa parola da sola dovrebbe svegliarci al mistero in cui siamo immersi senza rendercene conto. Come i pesci che non sanno di essere tali perché non conoscono il nome del mondo che li contiene. Pensano che tutto finisca lì e invece c’è la terra e le migliaia di specie vegetali e animali e poi oltre la terra il cosmo. Senza nemmeno arrivare a indagare per ognuna di quelle migliaia, i milioni di individui di cui si compone la sua orchestra. E fra quelle specie, quella a cui appartengo. Uomo sapiens. Ma se mi guardo intorno no, non vedo il sapiens. Sapere sapore come scriveva Roland Barthes. Di quel sapere sapore pochi ho conosciuto che lo hanno incarnato rappresentato descritto, liberato. Di quel sapere sapore ho visto le pianete salvate da padre Giuliano, ma sono ancora in salvo? a me la responsabilità stamattina di rispondere a quella domanda e tentare la loro resurrezione. In modo che il gesto di quell’uomo non sia stato inutile. E gli anni di donne e di storie e di vicende legate alla produzione di quei fili meravigliosi: tre secoli almeno. Un’opera di protezione di cura di rispetto di amore, la stessa di quella intrapresa da una piccola casa editrice di Roma che ha editato, in una edizione pregiata come è giusto che sia, un’opera piena di mistero di giornate di mattine di passeggiate e di libri, quelli in cui Emily metteva a seccare i suoi fiori prima di conservarli in quell’archivio dalla copertina verde scuro. Un archivio di conoscenze e di dio. Di attimi. Sfoglio l’erbario di Emily e sono presa da sentimenti fortissimi. Quella è anche una tomba. Un cimitero di fiori di gesti di vita passati per sempre. Per sempre? Il libro, il tuo Emily, è l’orlo della vita visibile quella che fu a te visibile dal 1830 al 1886. A quell’orlo mi attacco come se fosse l’ultimo lembo rimasto della realtà. Oltre quelle foglie secche quei petali senza più colore che trattengono, in un incantesimo degno della Bella Addormentata nel Bosco il gesto della mano della poetessa, che poggia sul foglio e incolla e scrive i nomi. Quel libro quell’orlo è allora il luogo segreto dove sta chiusa la formula magica che addormenta il tempo. E’ un sonno reale, i fiori russano appena e tu fai piano piano piano, per non svegliarli, per non sovvertire l’ordine imperioso, d’acciaio, che consegnò quei fiori al loro sonno. Sono adesso come una barriera, un terrapieno, una diga, che contiene la sapienza contro l’insipienza e il nulla, e il chiasso che avanza facendo più baccano di altre qualità che pure avanzano, ma in silenzio, per farsi intendere. Allora nell’erbario c’è custodita, in una elegante edizione rilegata, la mano di Emily. E’ come trovare l’impronta dell’astronauta sul suolo lunare. Nell’erbario troviamo l’impronta delle sue mani. Quel libro è la luna. Un silenzio perfetto e nemmeno un filo di vento turbano una quiete che non viene dalla morte ma da un destino umano vissuto pienamente e fino in fondo; con un’intensità infantile e la lucidità di un monaco stilita. Se sei pronto a tremare vai in libreria e chiedi pure del libro. Anche il costo ammutolisce ma è senz’altro il costo minore fra quelli che ti aspettano. Emily ti verrà addosso a bomba “con due emerocallidi in mano vestita di picchè bianco, assolutamente lindo, e sopra uno scialle blu di lana pettinata” . E’ agosto del 1870 è aprile del 2009. Di qua c’è Thomas Wentworth Higginson che sarà poi il curatore insieme a Mabel Loomis Tood, della prima pubblicazione nel 1890; e di qua, ancora più in qua, c’è un libro che costa 120 euro la cui copertina dentro si è già un po’ incrinata ma è come aprire l’armadio dei suoi vestiti dopo centoventitre anni. E toccare con la mano, la tua, la sua stoffa.
domenica 22 febbraio 2009
Storie di traverso

Ci sono cose ci sono persone che riescono a mettersi di traverso su una porta, e non farla chiudere mai. Dico per sempre, mai. Magari è solo un piede che riescono a infilare in quel battente, magari solo quello, o forse l’angolo del loro cappotto o della gonna, un piccolo spessore sufficiente a non far chiudere quella porta. Mai, per sempre aperta. E da quell’interstizio, da quel varco che quei coraggiosi, quegli eroi loro malgrado riescono a tenere aperto, puoi vedere tutta la storia del secolo scorso e riflettere. Attraverso loro guardare la incredibile complessità della vita delle esperienze delle vicende storiche del Novecento. Che non è vero che le abbiamo alle spalle. No, davanti le abbiamo. Finchè non avremo risolto in noi le ragioni che hanno portato comunità, paesi, nazioni, ad annientarsi reciprocamente. Come è potuto accadere è la domanda. Da quella porta aperta la domanda va e viene e non si chiude mai. In questi ultimi mesi ci ho riflettuto attraverso la lettura di Etty Hillesum che offre di questa catastrofe della civiltà una chiave di interpretazione davvero rivoluzionaria. Lei ebrea, lei offesa e perseguitata, non ha nutrito il male ma il perdono; il bene, l’ammirazione per come degli uomini, per quanto impreparati fossero, riuscissero a sopportare il dolore. Il dolore è per Etty la soglia che tutti dobbiamo varcare per diventare persone, una soglia che per lei ha avuto nella Storia tanti nomi e che nel Novecento ha preso quello dello sterminio di massa. E’ come ti poni davanti al dolore, è come lo vivi, come ti mantieni libera nonostante esso, che fa di te un uomo, una donna. Lei non cercava carnefici fuori di sé, cercava di tenere a bada il male dentro di sé. L’ha legato, addomesticato, se lo portava al guinzaglio; lo ha portato fino ad Auschwitz legato così: come un cagnolino. Più di farmi a pezzi non potranno, appuntava nel suo diario. La morte è un episodio della vita del corpo che non coincide con quella dello spirito. La morte dello spirito è il peggior male che possiamo contro noi stessi. Perché non sono gli altri, mai, a offenderti in quel luogo così tanto profondo, intimo, irraggiungibile. Non ha odiato nessuno ma ha amato smisuratamente il suo passaggio terrestre. Anche il campo di lupini, viola, oltre il filo spinato, a Westerbork, che guardava insieme al suo amico Joopie. Ieri, un’altra vicenda ancora su quegli anni, un film, The Reader, del regista inglese Stephen Daldry. La storia di un ragazzo tedesco di quindici anni che conosce nel 1958 una donna venti anni più grande. Si amano come possono amarsi due vite che stanno dentro l’assoluto. Quello della giovinezza e quello della colpa. La storia d’amore dura un’estate poi lei scompare. Il ragazzo la ritroverà per caso, imputata in un processo contro i colpevoli dell’Olocausto. Lei è accusata di omicidio e favoreggiamento. Durante il processo si difende facendo appello ai suoi compiti, al ruolo, al lavoro di sorvegliante per cui era stata assunta. Che doveva svolgere privandosi dei sentimenti pena il caos. Un professore di diritto che segue con i suoi studenti questo processo, e fra loro c’è il ragazzo della storia d’amore, suggerisce che le società vanno osservate non sotto la lente della morale ma sotto quella della legalità. Senza spaventarsi davanti alla crudeltà e ai paradossi che questa riflessione genera. Ci sono contesti, tempi storici, politiche, in cui è legale un comportamento che invece sotto il profilo della morale è delitto. La donna non ha ripensamenti, la donna non nutre sensi di colpa: lei ha eseguito un compito così come le era stato assegnato. Pare non cogliere la gravità. E’ apparenza, è un controllo inverosimile su se stessa che forse le consente altre forme di controllo. E’ lei che si condanna al carcere scagionando le altre cinque sorveglianti che, come lei, avevano avuto lo stesso ruolo nei fatti di cui è accusata. Sul ragazzo che conosce la verità di quel gesto di cui lei si auto incolpa, pesa la scelta, che si rifletterà nell’estensione della sua vita, di averle lasciato la libertà di annientarsi. Per un giovane studente di legge è un gesto di una solitudine che ha mille anni già compiuti. Più tardi lui la cercherà la aiuterà a compiere un cammino, aiutando anche se stesso in una forma che mi ha lasciato i lividi sul cuore. Il bene e il male non stanno divisi. Sarebbe troppo facile se fosse così. Basterebbe un bisturi e un buon chirurgo e si toglierebbe via quella parte che non va. Non bella; non buona. E invece i giudizi di valore che nascono dentro le società, e le civiltà, non consentono e meno male, che si formino due metà così contrapposte. Se tu tagli il male da qualcuno ne tagli anche il suo bene. E anche al contrario funziona. In cosa sperare allora. Etty diceva che le persone nascono con una età dell’anima. L’età dell’anima è diversa dall’età biologica. Non solo. Essa resta sempre quella. Una intuizione affascinante; accende una luce per leggere dentro di noi e sugli altri. Il ragazzo che ha amato quella donna è nato con una età vecchissima. Come la donna stessa. Due anime millenarie che si sono incontrate nel 1956 e lasciate nel 1995, attraversando il secolo più oscuro di tutti. Nell’amore per i libri nell’aver imparato a leggere c’è, io la intravedo, la chiave di lettura di questo film che nasce da un romanzo scritto da un giudice tedesco, oggi professore di diritto a Berlino, Bernhard Schlink, che ha la stessa età dei protagonisti della sua storia nel momento in cui essa finisce di essere scritta. In quel piede che qualcuno: una donna fuori misura come Etty, due ritratti umani usciti dalla penna di un grande narratore, in quei piedi, sono tre, li vedo, due di donne, e sono scalze, e uno di ragazzo, porta i calzettoni, in quei piedi che evitano che si chiuda quella porta che rappresenta il Novecento sta il dono che mi sopraffà. Posso ancora entrare là dentro. Nella culla della storia. E’ piena di neonati e di morti e un amore immenso fluisce verso di me. Sta chiuso in una scatola di latta, vecchia. La scatola perduta da una bambina ebrea al campo. Cinquanta anni dopo le viene restituita. Non è la stessa. Ma ci somiglia. La poggia vicino a una vecchia fotografia in cui una grande famiglia stesa su un prato sorride a qualcuno: sono felici. Quella scatola è l’ultimo oggetto terrestre di Hanna, dentro ci sono tutti i suoi pochi soldi, tutta la sua vita. Adesso che è vuota si vede.
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