Non so chiamarti. I titoli mi vengono sempre alla fine delle cose dei processi delle storie che racconto, per immagini o per testo. Che racconto ai bambini durante un processo di educazione e autoeducazione alla bellezza e allo stupore che dura anche un intero anno scolastico. E così non so dare il titolo a questo che oggi, stamane, è solo un bisogno. Rendere pubbliche le mie tracce di questi anni. Il sito che avevo messo su e pubblicato nel 2002, opere di carta, non è mai stato abitato. Non conoscevo il linguaggio che mi consentiva di entrarci quando potevo volevo sapevo, necessitavo. Così quella casa, nata già con le tubature sgocciolanti, ha continuato a perdere acqua senza che io riuscissi a fare nulla per lei. Troppo complicato. E’ rimasta così in tutti questi anni. Una casa con le porte e le finestre aperte ma in realtà disabitata. Me ne rammarico fino a un certo punto. Forse cercavo quello che alla fine solo in questi mesi ho trovato. Uno spazio in cui abitare in questa dimensione immateriale e affascinante del web. Ma anche complicata pericolosa superficiale. Una superficie che porta all’estremo i nostri tic le nostre nevrosi le parti infantili di noi ma anche quelle serie. E’ serio infatti per me adesso il bisogno di condividere il patrimonio di pensieri e di passi compiuti in questi anni, quasi dieci ormai. Mi sembra di abitare in un luogo deserto. Quello che lancio di qua sono aerei di carta. Forse così posso chiamare il mio blog. E disegnare, o provare a farlo, traiettorie in cielo che vanno verso Nord, l’arte. Verso Sud, la scrittura. Verso Est, la famiglia e gli affetti e verso Ovest, i conseguimenti, gli obiettivi, le storie e le scoperte del mio fare e del nostro: perchè sono diversi anni ormai che immagino storie che riguardano e che si fanno, e che realizzo insieme ad altri con cui condivido una passione, due: l’amore per la bellezza la passione per la letteratura.
Al centro di questa rosa dei venti, di questo aeroporto virtuale, ci sono io e questo gesto nudo semplice vitale. Spostare di pochi centimetri e staccare da me separandomene, ciò che mi è accaduto di fare di pensare di vivere.Saranno pure tre centimetri più in là ma la tua mano che raccoglie quell’aereo caduto può decidersi di lanciarlo ancora una volta. Ne perderò allora le tracce fisiche ma non quelle per cui quell’aereo ho deciso di lanciarlo da qui. Per affidargli altri padri madri sorelle amici. Io da sola non posso dare a ciò che faccio la ragione per cui lo faccio. Sospendere incantare sciogliere il tempo e trasferirlo altrove. Su un foglio di carta tenuto forte con le loro mascelle da queste formiche che sono le parole; da questi segni di matita che sono l’eco delle mie scarpe.
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sabato 5 maggio 2012



Il plesso Bartolo Longo, a Latiano, era un sacerdote Bartolo Longo, oggi è un beato, una scuola elementare dove ho svolto la seconda puntata di un laboratorio dedicato al libro di Bruno Munari Cappuccetto Rosso, giallo, verde, blu e bianco, è formato da alcuni padiglioni. Una metà, sono vuoti. Forse lì ha frequentato la scuola il mio Giovanni Rubino, e sua sorella Margherita. E il loro fratello Fulvio. A distanza di anni, e molte e dolorose vicende che riguardano me e loro, come tutti, tutti noi nessuno escluso, io sono entrata in quella scuola per portare una esperienza, un pensiero, in cui l’arte, la narrazione, cerca di cucirsi insieme alla mia vita oggi e a quella dei piccoli che incontro. Ho cercato, piuttosto male questa volta, di tenere insieme tutti questi livelli. No, non è stato facile, anzi. Difficilissimo. Come quando si fanno le cose per forza, costringendosi. Come quando si fanno le cose per gli altri, e tu tratti te stesso come un altro. E quindi non ti ascolti.
In quella scuola c’è ancora oggi, a distanza di giorni, una nevicata di errori. Quando abbiamo attraversato la storia bianca di Munari, degli errori abbiamo parlato. Cappuccetto non vede il lupo, né il lupo lei. La storia ha come aiutante, la neve: il caso. A volte però i nostri limiti non ci aiutano, al contrario, ci sono antagonisti. Ci inciampano. E gli altri, se ci vogliono bene, ci possono dire, guarda per me…. Ci fanno vedere un limite che possiamo spostare dentro di noi. Una cecità che possiamo accendere. Perché prendersela? Essa è l’inizio di una nuova storia. Se l’errore viene trasformato. Non viene messo all’indice, non viene colpevolizzato. Capisco bene da me che ci sono errori ed errori, ed è giusto affrontare le responsabilità che comporta la nostra mancanza di prospettiva. Essa però non è solo una colpa e basta. Siamo esseri limitati. Dalla nostra storia personale, dal nostro tempo storico, dalle nostre potenzialità. Ma quel limite è una risorsa. Perché segna un punto di partenza. Se non lo paragono al punto di partenza degli altri ma al sorgere del sole, alle 5.30, di stamattina. Ho alcune ore per sciogliere il mio errore al sole. Quelli nostri; quelli dispersi sul viale della scuola ci resteranno per un altro po’. Fino a giugno. A settembre, quando i miei amici saranno in terza insieme alle loro maestre, che sono contenta di avere conosciuto, tutte, anche quelle della "scuola dei giardinetti", da ognuna, come da ognuno dei bambini, ho preso un frammento di verità, allora, a settembre, gli errori saranno spariti. Sarà rimasta invece l’ombra di qualcuna di quelle parole sul nostro cuore. Quella noi adulti dobbiamo imparare a liberare. Dentro noi stessi, scioglierla. Basta alitarci sopra, prendere la parola. Agirla. E se sbaglio, è l’inizio di una nuova storia.


dal 12 al 25 aprile sono stata impegnata a Latiano, in un laboratorio voluto per la settimana della cultura dall'assessore Maria Concetta Milone che ringrazio per l'opportunità di scambio e di conoscenza, di me e degli altri a cui sempre il lavoro apre. Ringrazio anche la maestra Rosanna Pizzi che ha coordinato e davvero voluto la mia presenza a scuola. E tutte le maestre: Giuseppina, Ofelia, Angela, il maestro Gennaro, e poi Rita, Raffaella e Grazia, la quale conosce una formula magica per acquietare e incoraggiare i suoi piccoli. Ciao, a voi tutti. Ciao, giovanissimi amici.












venerdì 6 aprile 2012

il nUovo di Vittoria

                                         a Vittoria Facchini

La più bella lettera d’amore che mai sia stata scritta, sta, fatta tutta a pezzettini, sotto l’albero di melograno, entrando a destra nello spazio quadrato del mio giardino. Ieri ho distrutto, una ad una, le sue indimenticabili pagine. L’amico Ruggiero, il giorno prima mi aveva consigliato di spruzzare sopra la vernice trasparente, in modo da chiuderle in una pellicola protettiva che forse avrebbe fermato il processo di autodistruzione che su quelle pagine era già cominciato, il giorno stesso in cui Vittoria me le ha scritte, disegnandole, una per una. La mia lettera d’amore, la più bella mai scritta, forse proprio perché non potevo conservarla, è stata scritta su dodici uova. Tatuata sui gusci. Ogni uovo, una pagina con una rima e un disegno: per me.
Vittoria le aveva confezionate lasciandole dentro i loro due involucri, rigidi come gusci di tartarughe. E scritta, anche su quelli, una lettera divisa in due parti: parole di un fiume che si è fatto strada fin qui, rompendo gli argini. Che l’affetto quello fa, rompe e trascina via ogni barriera. Ogni ostacolo. Vittoria mi ha fatto dono della sua unica e sola capacità di intervenire su ogni dove su ogni più piccolo indizio di legame, per farlo fiorire daccapo. Anzi, per farlo nascere per la prima volta. La aspettavo nei giorni scorsi Vittoria, con il desiderio di chi aspetta qualcuno con cui condivide un grande segreto, l’accesso all’arte, la sua chiave fra le mani, l’aspettavo la domenica precedente all’inaugurazione della mia mostra, qui, nello studio dove ho trascorso gli ultimi undici anni, dodici, della mia difficile condizione personale. Me l’aveva solennemente promesso. Ma le solenni promesse di Vittoria, anche quello è un aspetto che condivido con lei, sono barchette in un mare assai volubile. Perché decine di variabili si muovono, sotto e sopra quello scenario. Variabili che noi stesse mettiamo in atto senza volerlo. Come tutti, forse. Tranne proprio qualcuno che invece tiene molto in considerazione la sua parola, prendendola così tanto sul serio da farsene ammazzare; o ammazzare a sua volta. Sono tutti dolorosi paradossi che producono giustizia solo volta per volta, esaminando la cosa, la circostanza in sé; ogni volta senza pre-giudizio. Io e Vittoria con le parole un po’ ci giochiamo, cercando forse dentro di loro, nella loro pancia nel loro segreto, un ingresso inedito, non quello normale. E allora l'agiamo, la pronunciamo mantenendo uno sguardo divergente su di essa: un alito di vento appena turbolento, l’apparizione di una grande nave lungo la rotta della nostra navigazione, o semplicemente il colore, indecente per la sua bellezza, di una nuvola, già ci porta in un’altra direzione. Perchè noi siamo radar di segni tanto elementari che gli altri li scambiano per alito di vento, per bastimento, per nuvola, e invece. E invece Vittoria non venne.
Un pasticcio linguistico un inconveniente appena trascurato di un appuntamento buttato lì, all’improvviso la incastrò. E io rimasi senza poter issare quella bandiera sulla mia arca. Altre cose poi accaddero. Perché il tempo mi si mosse fra le mani per issare un’altra bandiera, certo era completamente diversa, su questo momento della vita: il mio studio, la mia arca fermata lungo la rotta in tempesta e diventata porto. Luogo di incontri di scambi di traduzioni. Di crescita. Perché da se stessi si impara sempre; figurati dagli altri. La mostra l’ho tenuta aperta anche la settimana dopo, scrissi una mail, Vittoria mi rispose. Era in partenza per Bologna ma sarebbe tornata in tempo per quel fine settimana. Le scrissi che l’attendevo con le uova in petto. Una bellissima espressione che mi ha insegnato Vito Clinca, una persona importante nella mia storia adulta. A Vittoria piacque quell’espressione: l’attesa come momento colmo di immensa emozione e anche concentrazione, delicatezza. Un’assenza che chi attende riempie col suo desiderio dell’altro. Vittoria questa volta la sua l’ha mantenuta. E’ arrivata domenica pomeriggio recando due involucri di carta stracolmi di cuori. Li ho aperti due giorni dopo: si è spalancata davanti a me una bellezza travolgente. Sopra le custodie di plastica due lettere; due custodie di calligrafia a chiudere in due confezioni , sei pagine uovo per parte: dodici pensieri dodici immagini che mi hanno abbracciato accarezzato innamorato tenuto forte con una presa da carro attrezzi, coccolato, incantato portato: dentro di me. Su un tappeto volante di meravigliosi disegni, matita e pastelli, e ogni disegno-uovo, aveva la sua corrispettiva rima-uovo. Una frase per me. Una poesia di nome Teresa: dodici strofe, dodici indimenticabili illustrazioni.
La mia lettera d’amore ha cominciato a puzzare qualche giorno dopo. Nell’interno delle uova si era avviato il suo processo di decomposizione. Erano nella bellezza diventate inavvicinabili, anche per me. Le ho fotografate, ma non ero contenta. Meritavano di essere conservate nel modo più giusto; nella memoria. La mia lettera, la più dirompente lettera d’amore mai ricevuta, dovevo conservarla per sempre valorizzando proprio la sua immensa fragilità. Ieri, dopo mezzogiorno sono scesa in giardino e mi sono fatta strada in basso con l’aiuto di una paletta verso le radici dell’albero di melograno, ho rotto quei gusci li ho separati dalla parte degradata, la mamma di Vittoria li aveva bolliti, fatti sodi, e li ho sistemati in quel nido di terra. Prima però me le sono guardate le mie pagine, una ad una, di n-uovo, per l’ennesima volta in questi giorni in cui non sono riuscita a staccarmi dalla loro potenza. Le loro parole me lo sono fatte scendere nel cuore come si prende a grandi sorsate la medicina che ti salverà la vita.
Poi ho coperto tutto con foglie e terra. Ho innaffiato. Me stessa. Con l’amore che da un altro mi viene. Che l’amore quello, il suo dono, lo riceviamo solo dopo che noi tiriamo fuori quello che abbiamo per noi stessi. Un amore tormentato il mio per me, ma è pur sempre amore. Non sono facili gli amori mai. Non fanno eccezioni quelli che dobbiamo nutrire per noi stessi. Cara Vittoria, la tua lettera vivrà per sempre. Si mischierà in questi giorni alla terra e il melograno se ne nutrirà. Quando raccoglierò i frutti, in autunno, ci troverò, scritte, su quei chicchi rossi, il tuo grande amore. La tua potenza visionaria il tuo passionale coraggio e la dolorosa irruenza che ci è d’inciampo. La fame che non si placa se non nel gesto: nel momento solenne in cui facciamo uscire un pulcino da un uovo che nessun altro vede oppure un disegno, da un melograno.



martedì 5 aprile 2012, Lecce



caffè in giardino, 1999

martedì 28 febbraio 2012




Uno fa un nodo a una matita
per ricordarsi di una cosa importante:
hai disegnato stamattina?
Hai tirato fuori il tuo dolore
la tua difficoltà
o hai lasciato che quelle prendessero il sopravvento
e ti lasciassero muta
incerta
insicura
a girare intorno a te stessa senza via d’uscita?
Un nodo alla matita uno lo fa
per fare uscire la pioggia dai capelli di una donna
che ha sete di se stessa
prima di ogni altra cosa.
Io l’ho fatto quel disegno.
Allora, il nodo, adesso, lo sciolgo.
Si, Teresa, scioglilo.
La tua donna che ha sete di sé è davanti a te, esiste.
L’hai tirata fuori dal nulla.
Vive adesso sul cavalletto. Si guarda intorno,
ha alcune villette, e finestre,
dall’altra parte del balcone.
Chissà se è contenta di stare al mondo e di stare qua.
Io sì, di lei.
Non perché è bella come avrei sperato
ma perché, invece, racconta un’altra storia ancora:
di tutta l’acqua che ho dovuto bere,
che anche altri, animali piante uomini, hanno bevuto
nei miliardi di anni scorsi,
per arrivare a tirarla fuori dal suo buio.
In realtà: dalla pena dalla rabbia dalla tensione,
oggi l’ho estratta.
Come un minatore ostinato me ne sono
andato lo stesso in miniera.
Ho dato colpi di sghimbescio
il martello mi è sfuggito più volte di mano
cadendomi sui piedi
ahia, ahia,
ma poi dicevo:
non fa niente
va bene lo stesso.
Questo disegno di me racconta:
di quanto io abbia avuto bisogno di lui oggi.
Per sciogliere un nodo che avevo in gola.
Erano lacrime:
acqua salata.




sabato 25 febbraio 2012





dieci dita non bastano
soprattutto se due sono impegnate a battere sulla tastiera
quattro, per parte, a pelare le patate
cinque a raccogliere da terra i panni sporchi
e le altre dieci a stenderli .
Dieci dita non bastano
ma neanche venti:
i buchi da chiudere sono
trentamila:
basta a fare quello che non si può fare.
Adesso mi siedo e guardo il mondo attraverso la mia gonna
il mio braccio
la tasca destra del cappotto
Vedo tutto un altro paesaggio.
Vedo un'amica che mi saluta e mi sta aspettando.
Adesso le dita mi conviene usarle
tutteeventi
per andare a trovarla.
Le mani, le dita, le devo poggiare sul volante
prima però, le devo staccare dalla tastiera.
Servono le dita, le mani,
a promuovere la vita.
Anche quella che pare un colabrodo.

Dieci dita non bastano
2012
57 x 59

mercoledì 15 febbraio 2012




lunedì 13 febbraio 2012

Ho il cuore a pezzi

Vorrei riuscire a raccogliere tutti pezzi
ma già il vento ha cominciato a portali via:
a seminarli in un campo lontano.
Vorrei riuscire,
almeno
a mettere insieme
quelli che stanno sul tavolo
per terra
quelli che
gentilmente, mi hai raccolto tu da terra
ieri.
Ma sono troppo piccoli
e sono tantissimi
e poi io manco di pazienza
e ora, senza il mio cuore,
manco di amore:
non deve stare però lì l’amore
o non solo.
Perché è l’amore mi spinge
a farmi scudo con me stessa
con il mio corpo
di un dolore che,
altrimenti,
distruggerebbe tutto e tutti
e invece
una protezione,
tutta quella che riesco a esercitare e anche quella che non riesco,
con la mia anima chiamata pienamente a raccolta
perché il dolore non annienti
ma mi mostri me.
No, certo non più intatta,
ma capace di stare davanti a questo tavolo di briciole
senza alzarmi
senza sbuffare
senza pensare che la soluzione sia andarmene
e lasciare tutto lì.
Non sarà più lo stesso cuore di prima,
- un pezzo lo troverò fra qualche anno come petalo nella corolla di un fiore
un altro su un davanzale di una città lontana
un altro nella tasca del cappotto di mia figlia
un altro lo cercherò per sempre senza esito, lo so
un altro mi arriverà per posta
e saprò che ci sta dall’odore che porterà con sé -
perché quando li troverò non andranno più al posto loro.
E poi arriveranno pezzi di cuore di altri
e saranno così piccoli che non potrò più riconoscerli
e comincerò a mettere insieme il mio e il tuo e il suo
e quello di una amica di te
e questo puzzle non finirà più.
Ma ogni pezzo, ogni volta, mi porterà vicina a una verità
da cui in questi anni sono stata lontana.
Così, rotto,
funziona meglio di prima.

13 febbraio 2012





domenica 29 gennaio 2012

Una pennarosa

Immagino la penna di uno scrittore come una rosa. Lui la impugna incurante del dolore incurante delle spine incurante della follia che il gesto da solo già testimonia. Sa che quella sofferenza che non è della carne ma dell’anima è la moneta con cui si scambia l’immagine dormiente; la bella addormentata nel bosco. Il non nato il non ancora esistente riesce a essere strappato via dal suo sonno millenario solo dal profumo di una rosa. Se non impugnassi questa prodigiosa misteriosa difficile penna nulla potrebbe venir via da lì. Le parole come le immagini come gli accordi di una musica che un orecchio solo ascolta, prima di tutti gli altri, seguono una voce che si perde nel momento in cui accade. Come la neve che poggia il suo piede per terra come il battito dell’ala prima che la farfalla plani sulla corolla come l’odore della mia penna che io sola riesco ad avvertire e sempre indirettamente: come traccia rimasta, negli abiti di fortuna con cui sono giunte le mie immagini, a trovarmi: queste mie amiche spettinate.


6 aprile 2006


giovedì 22 settembre 2011

Nella voliera più grande che c'è

Non potrò più leggere, ora ne ho la certezza, tutti i libri comprati in questi anni nelle librerie. Quelli scelti per il titolo, alcuni; quelli per le copertine, pochi; quelli cercati dopo un passaparola, un terzo forse. Quelli di cui pensavo avere bisogno e invece neppure ho mai aperto la prima pagina. E sono passati decenni. Adesso che faccio così fatica a leggere un libro, uno solo e solo perché mi piace moltissimo, roba che ci metto dai due mesi a un anno e mezzo, dipende dalla lunghezza, so che per tutti gli altri, tutti quelli che non ho letto nel momento stesso in cui li acquistavo, non ci sarà più un lettore. Sono oltre la metà dei libri che posseggo, forse, orrore, i tre quarti di forse un cinquecento libri. Ne avrò letti al massimo un centinaio. La gran parte dei quali duranti gli anni belli, dagli 8 ai 40. Ma i migliori, invece, li ho letti in questi ultimi anni, dai 40 ai 50, gli indimenticabili. Quelli che mi stanno dentro come dentro possono stare gli amici con cui condividi i dolori più grandi le pene e le fatiche che sembrano non finire più. Quel genere di libro ora leggo, li pesco dai classici, dalle grandi storie dell’Ottocento, dai quei grandi autori, con qualche folgorante eccezione. Li incontro, uno, due, per caso, gli altri me li consiglia una mia amica, libraia fino a Natale, poi dovrà chiudere bottega perché proprio non ce la fa a mandare avanti dopo oltre quindici anni di intensa fine magistrale attività, la sua vita. Le piccole librerie indipendenti sono schiacciate dal mercato delle grandi librerie, dalle catene editoriali dei prodotti globalizzabili e delle promozioni per fasce di acquirenti.
Non si può penso, di questi tempi neppure più parlare di lettori e non si può più nemmeno parlare di libri. Non esiste più qualcuno che si isola col suo libro in mano e nonostante l’immensa proliferazione dei libri, si fa fatica a trovarne uno che ci chiami zitto zitto. Non solo ma nessuno di noi, in questo angolo illusorio di mondo, riuscirà più, come me, a leggere tutto quanto è arrivato a possedere. Una sconfitta grava sulle mie spalle, e sulle tue. Sulle nostre. Abbiamo anche ormai difficoltà a disfarci di quello che possediamo. Lo smaltimento di noi stessi. Eppure dovremmo cominciare subito. Innanzi tutto smettendo di comprare. Che parole impopolari le mie. Avrò tutti contro. Ma sento necessario un gesto con cui cominciare a invertire la rotta. Ti devi prima fermare e poi girare su te stesso. Non si tratta di tornare nel punto da cui si è partiti, quanto invece di capire che ne è stato nel frattempo dei luoghi delle persone delle cose che abbiamo messo da parte come se ci fosse poi un’altra vita in cui utilizzare tutto quello che abbiamo stipato in noi, come se dovessimo affrontare un viaggio interstellare di decine e decine di anni luce.

E’ una smobilitazione ed è il poco quello che mi sembra utile cercare in me. Ma anche il gioco salverei. La capacità di stare insieme a qualcuno condividendo una passione una motivazione un bisogno. Bisogno! Ecco la parola magica che fa vacillare tutto nel momento in cui la pronuncio. Che, di bisogni, noi qui non ce ne abbiamo proprio più. Apparentemente. Io, per esempio, ho bisogno di silenzio per capire qualche cosa di me. E lo cerco nelle Chiese e lo cerco davanti al computer e aprendo Word. Ho bisogno anche di fare spazio, di vuoto ho bisogno, e di tenere questo vuoto vivo per un po’, forse tutto il tempo che mi rimane. Ho bisogno di spogliarmi della mia identità ingombrante e di godere invece della difficoltà di cui sono venuta a capo. Se togliere è stata spesso la mia esigenza, questo togliere è diventato una priorità.

E dunque togliamo di mezzo che mi aspetto che qualcuno mi consigli un libro, non posso sovraccaricare oltre ciò che accade con il suo ritmo nelle mie già difficili giornate passate a fare lo slalom fra i bisogni dei miei figli la cui presenza mi arricchisce smisuratamente. A fare lo slalom fra la pena di sapere un pezzo, l’unico rimasto della mia famiglia di origine, sospeso nelle grandi difficoltà che genera la distanza spaziale quando c’è di mezzo la malattia la vecchiaia la solitudine. A fare lo slalom fra quei pochi impegni che riesco ancora a fare entrare dalla porta principale della mia coscienza. Cosa c’entra dunque la festa dei lettori in una vita così? Anzi, come c’entra se non affratellandosi al cavolo a merenda. Oppure, al contrario, c’entra nella misura in cui la restituiamo al mittente modificandola dall’interno. Io non voglio leggere altri libri. Sono già felice del fatto di riuscire a finire quello che sto leggendo adesso, perché mi piace immensamente e leggerlo mi fa fare un viaggio nel tempo nello spazio e nella mente di un immenso scrittore, e già mi pongo in corso d’opera il problema di aprire qualcuno dei libri che sosta, bistrattato da decine d’anni, fra le file mute dei libri presto abbandonati nella libreria. Un luogo assurdo a pensarci. Che stanno a fare così, e lì. In quella forma privata che li esclude da ogni contaminazione da ogni sguardo altrui. Privandoli di fatto per sempre della possibilità di esistere nella loro forma. Luoghi di reclusione le nostre case: di libri di dischi di vestiti di oggetti di quadri. Prigioni, penitenziari della memoria. Ma la memoria dovrebbe tornare ad essere quella che è stata prima di questo intasamento dovuto alla nascita dell’individuo,un prodotto tutto Novecentesco. Un prodotto, appunto. La memoria dovrebbe consistere nella capacità di stare con gli altri di trasmettere conoscenze affetti solidarietà. E di condividere il tempo nelle varie forme in cui si accede a questa condivisione, anche, soprattutto? attraverso il gioco.

Ecco perché poiché non voglio che nessuno mi consigli un libro, che tanto il tempo per leggerlo è finito, credo sia necessario liberare le pagine del libro senza lasciare alcuna traccia, anzi, cancellandola nel momento stesso in cui si produce. Cominciamo a togliere da subito. Cosa resta allora? Per chi c’è, l’esperienza che non si ripeterà più di una babele di parole tirate fuori da ciascuno da poche pagine lette ad alta voce contemporaneamente a tutti gli altri. La svelta edificazione di una sfera sonora che non esisterà più nel momento stesso in cui cesseremo di leggere tutti insieme. Perché allora questo gesto così inutile? Chiassoso? Non è mai inutile segnalare un malessere mai inutile esprimere il proprio disagio a continuare la vita in questa forma che non nutre più la coscienza. E poi questo incontro di lettori altro non è se non l’incontro di uccelli nella zona di passo. Durante le migrazioni si ritrovano nei bacini dove c’è acqua e cibo. Cantano tutti insieme la loro libertà. E la libertà non è affatto inutile è invece il bene più grande che dobbiamo difendere oggi da una organizzazione sociale che la restringe ogni giorno di più togliendoci i diritti al bene pubblico: la salute l’istruzione l’ambiente: la legge. Io non voglio essere un consumatore ma un fruitore, un cittadino che beneficia di un servizio, quello alla cultura; e di un diritto: quello ad avere la risposta dello Stato al mio bisogno fondamentali: vivere insieme agli altri e magari scolpire l’occasione in cui condividere un bisogno che si trasforma in una giornata irripetibile e che nessuno conserverà se non nel racconto. Stare al centro di una palla di parole che alziamo tutti insieme per un’ora in aria. Un’orchestra di lettori? Sì, un’orchestra di pagine belle da liberare nella voliera più grande che c’è: la nostra Terra errante.

sabato 26 giugno 2010

partiamo.
Lascio le mie cose, il computer, i fogli bianchi, gli indirizzi di posta eletronica, e il blog vediamo se riesco a vivere senza. Mi assento da loro e loro da me. Penso che sia necessario, per entrambi. Diventare ciò per cui siamo nati. Una partita che si gioca sempre fuori dai ruoli che ci siamo cuciti addosso per difenderci da ciò da cui nessuno, nemmeno dio può difenderci. La vita stessa. La nostra unica, sola madre.

lunedì 12 aprile 2010

catalogo

Ho trovato sul mio tavolo, sta da qualche tempo poggiato qui per una serie di circostanze, un’immagine che racconta l’atterraggio di un pensiero in noi. Cadono a volte come fiocchi di neve, tanto che non te ne accorgi nemmeno se non per il brivido di freddo, di ansia, di inquietudine che ne segue, e non sai perché; cadono come aeroplani di carta, li lancia la mano di qualcuno che tu non riesci più a sentire forse perché ti sei tanto abituato alla sua voce: forse tuo figlio o tuo marito o tua moglie o tua madre. A volte i pensieri cadono da una altezza talmente grande e a una tale velocità che sono veri meteoriti e ti lasciano senza parole per mesi e per anni. Generano delle fratture immense che solo l’opera di qualcuno insieme a te, può riparare. Ci sono invece quei pensieri, come chiodi, che un martello invisibile spinge e spinge dentro, quelli che alla fine producono piccole crepe. Sono i pensieri più pericolosi. Perché quella sembra una frattura da niente e invece nel tempo diventano fessure che ti trapassano da parte a parte separando per sempre in due parti, tre cinque, ciò che prima si teneva insieme. Ci sono poi i pensieri che ti arrivano lanciati da una corda che ha alla sua estremità un piccolo peso che consente loro di poggiarsi stabilmente in te. Una piccola misura di piombo che consente l’ammaraggio. Chi te lo lancia questo pensiero, e da dove viene e poi dove va, è il mistero più grande di ogni altro. Sono le cose che fai e che ti fanno dire a distanza di anni: come ho fatto a farlo? Sono le cose, le immagini le parole che hai segnato tu, hai scritto tu, hai tenuto tu in mano per la prima volta, ne sei stata la madre e il padre, ma che non ti appartengono: hai dovuto lasciare andare per farle vivere. Costa dolore lasciare andare. Sembra che stai per perdere tutto, la tua vita stessa, la tua identità, i tuoi sogni. Ma non è vero. La vita è vita nello scambio. E i sogni esistono solo se li sai nominare. Se tutto sta fermo perché con le mani stringi e trattieni e in quel trattenere trovi la tua sola ragion d’essere, niente accade mentre intorno a te il mondo le persone care, e quelle che non lo sono affatto, vanno e disegnano i loro confini. E un giorno ti svegli e stai dentro il confine di qualcun altro e ti hanno dato una carta d’identità una casa una famiglia e una storia in cui stare. E questo è il pensiero peggiore di tutti: quello preso in prestito da qualcun altro.

domenica 7 febbraio 2010

domenica 31 gennaio 2010

ritrovarsi:qui

due finestre stamattina aperte davanti a me. Quella di fronte al mio computer e quella che mi ha spalancato Agata ieri, d'improvviso. Uno sbattere di porte, come prima di un temporale. Agata entra nella mia giornata e mi dice, mi scrive, una mail asciutta come la povertà e dolce come il profumo della rosa. Attraverso la sua finestra vedo me che scrivo qualcosa che emoziona che si apre una strada che prima non c’era e su quella strada altri vanno. Vengono e vanno in silenzio spesso. Togliendosi le scarpe. C’è un silenzio qui che non è solo il mio, è quello dei numerosi ospiti di questo luogo che invece di parlare e parlare e parlare, grande e vero e unico sport nazionale, stanno in ascolto. Mi cercano mentre cerco me stessa sulla pagina bianca. Si cercano mentre mi cerco. Anche dio mi cerca. Lui non sulla pagina bianca; non stamattina. Lui dalla finestra che mi sta di fronte. Il cielo nel frattempo si è fatto chiaro e lui, dio, si sbraccia si sgola e sta cambiando colore alle nuvole continuamente per farsi notare, per richiamare la mia attenzione. E io lo ascolto sì lo guardo pure, ma è con Agata che sto. Solo se chiami anche lei, se pronunci il suo nome, sono disposta ad ammettere che quelle nuvole lunghe quelle nuvole lente, anzi immobili, definitivamente ferme in cielo, solo l’abbaiare di un cane lontano mi induce a sentire che il tempo esiste e sta scorrendo, sono per Agata e per me.

mercoledì 20 gennaio 2010

do re mi

in questi giorni, andando a Bari in macchina, vedi fra Brindisi e Ostuni, sui fili elettrici molti piccoli uccelli. A tratti sono accostati fitti fitti fra di loro, come crome e biscrome; a tratti isolati come minime, semiminime. A volte i fili elettrici corrono paralleli, e così hai modo di vedere la partitura di note scritta in cielo dagli uccelli. E allora mi immagino dio intento a suonare ciò che vede in quell'istante. Solo in quello. Per afferrare il pensiero l'arte la poesia, la verità, ci vuole una velocità che male si coniuga con la lentezza necessaria alla comprensione. A meno che non parli una lingua, come la musica, dove il contenitore è il contenuto. Lì capisci senza capire niente: il linguaggio dei santi, dei mistici e degli uccelli.

martedì 19 gennaio 2010

un anonimo riparo




Pochi giorni fa un grande butta butta di cose vecchie. Vecchi libri che mia sorella ha tolto da casa di mia madre e mi ha sistemato in grandi buste. Senso di scoramento, come farò, dove metterli? Sergio come sempre ha avviato il processo e io mi sono allineata alla fine, per l'ultimo e più devastante tocco: ok buttiamo, regaliamo, smistiamo. Alla fine di due ore feroci, di tutti quei libri poco era rimasto e un foglio per terra, caduto vicino al pianoforte di mia madre. Lo raccolgo. Lo leggo. Fulminante bellezza giustizia verità di quelle poche righe di un paragrafo; un capitolo di nome Marta. Il susperstite, unico, assoluto, di una mareggiata di immense proporzioni. Quella della Storia, con la esse maiuscola. Telefono a Sergio per sapere se aveva già buttato i molti libri velocemente scartati per il riciclaggio della carta. La risposta è inappellabile: non saprò mai di chi è questa pagina che mi ripara dalla pioggia. Quella che segue alle grandi mareggiate.

venerdì 9 ottobre 2009

per il mare, non per l'acquario

Scrivere sull’acqua.
Questo è quello che mi sembra fare nello spazio del computer.
Prima quando avevo la mia macchina da scrivere, quella di mio padre, prima ancora , la lettera 32 azzurra, quello che scrivevo mi pareva certo, inamovibile, reale. Sganciandomi dalle imperfezioni della scrittura era come se fossi giunta alla “ perfezione” del pensiero.
Da quando scrivo nel computer ho perso la fisicità della parola. E’ rimasta indietro, non riesco a trascinarla verso di me dove vivo io. Come è accaduto per esempio negli ultimi venti anni con i quadri. Attraverso quelli, che sono di carta e ossa, consisto. In tutto il resto no. Sono uno scolapasta da cui perdo ogni giorno sostanza presenza verità: realtà. Esisto in forma di byte dentro questo libro dove non leggo ma scrivo, scrivo, scrivo, qualcosa che invece di aiutarmi a ritrovarmi mi aiuta, giorno dopo giorno, a perdermi. Deve essere sbagliato il modo non l’esito. Perché l’esito alla fine sempre mi dà il sollievo di essermi raggiunta. Ma per poi separarmi immediatamente. A che serve se mi vado a trovare per poi abbandonarmi? Abbandono me stessa in un computer. Altro non so fare. Scrivo per i pesci.

martedì 6 ottobre 2009

una vigilia

il tempo è sempre una vigilia. Come oggi. Come domani. Come sempre.
Ma lo dimentichiamo sistematicamente credendo così di vivere meglio.
Non mi ricordo più chi mi ha insegnato questo trucco. E a sua volta quello da chi lo avesse appreso. Certo non sto bene dentro questo espediente, questa sorta di oblio cosciente con cui commentiamo ogni singolo gesto ed evento che a me, che a noi si interseca. Toglie coraggio questa prospettiva cieca e, con il coraggio, toglie visioni. Meglio sarebbe tenersi le vigilie tutti i giorni ogni giorno ogni ora. Non perchè a uno gli debba fondere il cervello con il pensiero di una catastrofe appena aperta la porta di casa ma perchè la funzione del nostro tragitto terrestre sta in una consapevolezza che non giunge mai a maturazione, lasciando il nostro frutto sull'albero per sempre acerbo. Se l'ape non viene a impollinare il fiore quello abortisce in un frutto che non svela mai più il suo sapore la sua polpa il suo colore la sua bellezza. Siamo al mondo perchè la mano, una mano qualunque, un giorno ci colga. E una bocca, una qualunque, sappia di noi qualcosa che noi di noi stessi non sapremo mai.

mercoledì 26 agosto 2009


parole all'orecchio

Mi è successo daccapo. E’ la seconda volta. Sempre con lui. Mi blocco. Ho paura di andare avanti. Punto i piedi e mi fermo. La volta scorsa dovetti scrivere, mettermi al computer, come oggi, e scrivere. Analizzare le emozioni che si erano poste fra me e lui, come una diga, un ostacolo. E anche adesso, oggi pomeriggio. La prima volta fu con Guerra e Pace. Ricordo anche la pagina. Natasha, già innamorata del conte Andrej, partecipa con suo fratello a una battuta di caccia alla volpe. Ero convinta, certa che morisse. Quella battuta di caccia in quel punto del libro, con quei forti, ma pure contrastati sentimenti già seguiti nella loro evoluzione, mi pareva foriera di un avvenimento terribile. Ero terrorizzata. Avrei voluto entrare nel libro e dire, senti Natasha, stattene a casa oggi. Mi fu impossibile allora, e mi risulta altrettanto impossibile adesso. Lèvin che deve trascorrere la notte con suo fratello Sergej Ivanovich, perché non ce la fa ad attendere le quattordici ore che lo separano dalla richiesta di matrimonio che farà ai genitori di Kitty, la sua eletta. Anche questo un amore fortemente combattuto, dentro e fuori. Il libro, in questi passaggi epocali della storia, coincide così fortemente con la vita, quella mia, che ne provo una pena reale. Ma anche un amore che si rinnova. Non voglio sapere, non voglio. Eppure la vita di cui quasi tutto non so, va avanti, la mia come quella di Kitty e di Levin nel libro già scritto da Lev Tolstoj. A che serve fermare, e cosa e chi poi. Sto in alto, sul crinale del libro, in alta quota, sto in alto sul crinale della mia esistenza. Ci sto ormai. Posso solo scendere o continuare a salire. O posso guardarmi intorno. Ci sono appuntamenti da onorare, amore da condividere, bambini da proteggere, urli da lanciare, bisogni da esprimere, e un libro della garzanti in edizione economica appoggiato da due mesi sul mio comodino, nella stanza da letto, sono alla fine del primo volume. Sta scritto Anna Karenina. E dentro c’è una fotografia di Tolstoj a cavallo scattata nella metà dell’800. Lui porta una berretto con la visiera. Ha una bella barba bianca che gli arriva al petto. Portamento fiero. E un sorriso mentre guarda verso di me. Ha scritto la prefazione Serena Vitale,di cui lessi anni fa l’indimenticabile Bottone di Puskin. E’ un concentrato di vita questo libro: ci sta sempre, spremuta nelle pagine anche la nostra, la mia. Faccio le orecchie ai miei libri, è l’ultimo gesto, prima di separarmi da loro. Come direbbe il lupo: per sentirti meglio.