Rosa Mc Culey Parks, è nata in un paese dell’Alabama nel 1913, il 4 febbraio, tre giorni fa.
Due anni prima di mio padre. Lei è nata nera, mio padre, bianco. In uno stato del sud dell’America, dove, nonostante l'uguaglianza sancita nel 1865 dalla vittoria dell’esercito del nord e dell’ovest contro quello del sud, la discriminazione razziale, già dal 1880, era pienamente ripartita. I neri aveva diritto a loro scuole a loro uffici e dovevano utilizzare i mezzi pubblici con numerose restrizioni. Fino alla metà degli anni ‘50, quando la Corte Costituzionale comincia a dichiarare anticostituzionale quanto accade negli stati a sud del paese. I neri avevano anche molte difficoltà ad accedere al voto politico. Le loro condizioni economiche erano precarie, indigenti, così come le loro condizioni di vita, di abitazione; e i loro lavori, i più umili. In questo contesto si formano negli Stati Uniti delle associazioni di gente di colore che intende, mettendosi insieme, difendere i propri diritti, e diventare più incisivi nelle richieste di pari dignità di vita, e di opportunità. Il marito di Rosa, Raymond, che lei sposa nel 1932, a diciannove anni, un barbiere, è membro attivo della National Association for the Advancement of the Coloured People NAACP, sezione di Montgomery, dove la coppia vive. Presto anche Rosa entra a far parte di questo movimento. Prestano servizio volontario per offrire ai loro concittadini o alle famiglie, assistenza e supporto perché possano affrontare e denunciare situazioni di maltrattamento, di lavoro in condizioni di schiavitù, di assassinio e stupro. Per molti anni il lavoro di fiancheggiamento aggiunge sofferenza, pena e umiliazioni a quelle che patiscono Rosa stessa e i suoi familiari. Niente sembra muoversi. Eppure Rosa, in una intervista dichiara che non si trattava in quegli anni per loro di affermare un potere contro l’altro quanto di dimostrare ai bianchi della classe dirigente la loro volontà a esistere come cittadini. Si trattava di resistere. Quando l’1 dicembre del 1955, lei salì alle 18 di pomeriggio sull’autobus Cleveland Avenue, dopo una giornata di lavoro presso il negozio dove lavorava come sarta, Rosa semplicemente è Rosa: gli anni passati ad allenarsi cittadina, a opporsi alla violenza, nel suo dna le chiacchiere notturne col marito, le umiliazioni giornaliere, e tutto annoda stretto alla stanchezza che prova quel giorno. Quando l’autista del bus, James Blake, vedendo un bianco in piedi, chiede al gruppo dei neri seduti nella prima fila utile del loro settore, ad alzarsi, tutti, perché un bianco non può avere di fianco un nero, le due donne sull’altro lato del corridoio, e l’uomo a fianco a lei, si alzano. Lei no. Anzi si sposta nella sedia vicino al finestrino, occupata prima dall’uomo. L’autista le chiede se ha sentito il suo ordine di alzarsi. No, I’m tired of being treated like a second class citizens. Risponde. No, sono stanca di essere trattata come una cittadina di seconda classe. L’autista ferma il bus e la informa che deve chiamare la polizia per arrestarla e lei, a sua volta: You can do that, lo puoi fare. Sarà arrestata e liberata sotto cauzione quella sera stessa dal marito. Per 100 dollari, uno stipendio di un mese. Il 5 dicembre il Tribunale la dichiara colpevole e la condanna a un ulteriore pagamento.. Quel giorno stesso comincia a Montgomery, guidata dal ventiseienne Martin Luther King, a cui è stata da poco affidata una parrocchia in quella città, la più nota manifestazione non violenta, e la più lunga, e la più faticosa, che coinvolgerà e sconvolgerà le abitudini, le pratiche di 45 mila persone di colore che per 381 giorni non saliranno più sui mezzi pubblici. Un film del 1990, La lunga strada verso casa, di Richard Pearce, racconta ciò che accade a Montgomery in quel lunghissimo anno. Il danno economico fu così grave che alla fine la compagnia dei trasporti cedette e la Corte Costituzionale dichiarò anticostituzionale la separazione razziale sui mezzi di trasporto. Rosa Parks divenne un’icona del movimento per i diritti civili. Era il 1956, io sarei nata di lì a quattro anni, a Bari, in Puglia, in Italia. Paese in quegli anni palcoscenico di una vasta emigrazione interna. Ci vollero però moltissimi anni prima che il pregiudizio razziale in America fosse superato. Rosa, che non aveva figli, non ne ho trovato traccia in nessuna biografia, perse il marito nel 1977 e dieci anni dopo, nel 1988, fondò un istituto per accompagnare i giovani di colore alle carriere dirigenziali, il Raymond e Rosa Parks Foundation. Il presidente Clinton la insignì di due medaglie: nel 1995, quella della libertà, e nel 1999, quella del Congresso. E’ stata l’unica donna a essere esposta nella sala del Capitolo di Washington alla sua morte, avvenuta nel 2005, il 24 di ottobre. E la seconda persona di colore. José Saramago, le ha dedicato sul suo blog una finestra, a novembre del 2008, quando Obama vinse le elezioni presidenziali. Una vittoria che ha i suoi piedi, che trova le sue radici, che si innesta in quel primo dicembre del 1955; quando Rosa standosene seduta, cambiò la storia del suo paese e scrisse un capitolo che lei non ha letto e non conosce. Le sedie sono oggetti che noi a secondo l’uso che ne facciamo, come sempre, li trasformiamo in spazi felici, o infelici. In isole sulle terraferma. In navicelle spaziali al terzo piano. In nazione, anche.
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domenica 7 febbraio 2010
giovedì 4 febbraio 2010
la voce della verità

la sera, dopo aver concluso il nostro laboratorio a Trinitapoli, dopo aver portato a termine il viaggio sulla pagina che José Saramago ha dedicato nel suo blog a Rosa Parks, ora nel libro edito dalla Boringhieri, Il Quaderno, solo allora, prima di spegnere la luce di quel lume a luce rossa che avevo alle mie spalle, nel divano letto dove ho dormito, il centro di lettura GlobeGlotter ha al suo interno una stanza per gli ospiti, solo allora ho capito che il mio viaggio, che ora è il nostro, era consistito nel dare un involucro, una corazza, di carta e di pagine cucite con le memorie e con le conoscenze, alla voce di Rosa. Quello era stato l'incipit del mio viaggio: aver ascoltato per puro caso la sua voce, quella di Rosa Parks, in una bellissima trasmissione a lei dedicata su Radio3, Uomini e profeti. E quell'emozione, immensa, provata nell'essermi imbattuta in una entità così fragile così caduca come la voce umana, che pure accade dal secolo scorso di rimanere impigliata da qualche parte, quell'entità, quel pesciolino d'oro rimasto nella rete degli immensi archivi delle spaventose biblioteche, quell'emozione di essermene imbattuta, perchè il labirinto della documentazione è talmente vasto che difficile è trovare, mi ha lanciato una corda da così lontano che non ho potuto tenere le mani in tasca: l'ho stretta. Il libro di artista che ho prodotto e poi completato a Trinitapoli insieme ad Amedea, Rosa, Enzo, Marta, Antonia, Titti, Elena, Maria Pia, Gabriella, Maria, Melody, Marìlia, Francesco, Maria Riccarda, Grazia, Vittoria, Mino, Pasquale, Assunta, Ada e per un segmento con Dora, altro non è stato che solidificare con una colata di inchiostro la corazza delle memorie mie alle vostre, e delle conoscenze mie con le vostre, tessute insieme e cucite ora in una forma, il libro, che senza di quello l'inedito il nuovo che l'arte manifesta, si smarrirebbe. Una corazza per proteggere e lasciarvi il dono per me più grande di tutti, la voce di Rosa. Devi attraversare adesso, oggi, nella Biblioteca di GlobeGlotter dove il libro sta, in Via Staffa 4 a Trinitapoli se vuoi sentirli prima chiama 0883 634071, la sua nuvola di storie, entrarci a capofitto senza temere di perderti; nessuno di noi si è perduto anzi, io addirittura mi sono trovata, e mettere le mani in quelle tasche perchè la sua storia ne contiene altre, e percorrerlo, sfogliando le sue pagine panciute per arrivare a prendere laggiù, sul fondo, quella scheggia piena di luce che brilla. Non provare ad afferrarla con le mani, solo con l'orecchio puoi avvertire per il suo breve minuto e mezzo di ascolto un brivido di luce. Non si possiede Rosa: si vive.
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